Tutti gli uomini di Victoria

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Tutti gli uomini dell’avvocatessa

Era uno dei titoli più attesi tra i nove selezionati per il concorso della 21esima edizione del Milano Film Festival, ma purtroppo a conti fatti Victoria (nella versione italiana Tutti gli uomini di Victoria) si è rivelato il più debole della rosa. I motivi dietro l’attesa nei confronti dell’opera seconda di Justine Triet erano molteplici, per cui la delusione rispetto a quello che la regista ha portato sul grande schermo a distanza di tre anni da Age of Panic è molto forte.
Il pensiero che la pellicola in questione sia stata scelta come apertura della Semaine de la Critique al Festival di Cannes 2016 ci aveva in qualche modo fatto ben sperare, così come il CV della cineasta francese e i suoi precedenti lavori dietro la macchina da presa (su tutti La Bataille de Solférino, realizzando durante le elezioni presidenziali del 2008) rappresentavano un ottimo biglietto da visita. Ma più di ogni altra cosa, la curiosità maggiore era quella di scoprire come l’autrice avesse sviluppato drammaturgicamente e narrativamente il tema principale del film, ossia quello della gestione della propria maternità da parte di una donna nella Società odierna, in particolare dopo le polemiche sorte nelle ultime settimane sulla scia della controversa campagna voluta dalla Ministra Lorenzin battezzata “Fertility Day”. Questo perché la protagonista di turno è un esempio di donna indipendente che, rimasta sola dopo la separazione dal marito, prova a rifarsi una vita sentimentale dividendosi tra il lavoro e la prole.  Il suo nome è Victoria Spick, madre di due vivaci bambine, che di mestiere fa l’avvocatessa penalista. Il più grande problema è rappresentato, però, dalle figure maschili che le gravitano intorno, a cominciare dall’ex livoroso e dai numerosi partner occasionali che entrano ed escono in un lampo dalla sua camera da letto. Ma la collezione maschile si arricchisce ulteriormente quando a un matrimonio ritrova Vincent, un vecchio amico, e Sam, un improbabile pusher che anni prima aveva già tolto dai guai. Stavolta è proprio l’amico di vecchia data ad avere bisogno di lei, ma la scelta di difenderlo in un processo per un’accusa molto grave a lui rivolta potrebbe mandare all’aria la sua carriera.
Lo script di Victoria è costruito e ruota quasi interamente sul e intorno al suddetto tema. Un tema, questo, assai scivoloso e abusato, perennemente di stretta attualità e sul quale è facile inciampare. L’approccio alla materia appare fin troppo basilare e incapace di penetrare al di sotto della mera superficie delle cose e degli stati d’animo. Assistiamo solamente a una piccola odissea quotidiana di una donna, coraggiosa e fragile allo stesso tempo, che deve toccare il fondo prima di risalire. Da parte sua, la Triet non riesce a impedire che ciò avvenga anche al suo secondo lungometraggio di finzione, nonostante ce la metta davvero tutta sin dalla fase di scrittura, nella quale spinge moltissimo sul ritmo concitato dei dialoghi e delle situazioni. La chiave è quella della tragi-commedia e il modus operandi strizza insistentemente l’occhio alla commedia classica a stelle e strisce, in particolare a quella che porta l’inconfondibile marchio di Blake Edwards. La ricetta in sé riesce ad alimentare e a supportare la fruizione, ma non abbastanza però per portare a casa una sufficienza piena. E nemmeno la presenza della bravissima Virginie Efira nel ruolo della protagonista, che si carica letteralmente il film sulla spalle, è una scialuppa abbastanza capiente da riuscire a portare l’intera operazione in porto.

Francesco Del Grosso

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