Via dalla pazza folla

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6.0 Awesome
  • voto 6,5

Nella vecchia fattoria…

La parabola autoriale di Thomas Vinterberg, tesa a zigzagare sin dall’inizio tra intuizioni geniali e principi di mistificazione, conserva comunque un suo fascino. E lo conserva anche in questo momento, quando sembrerebbe così lontana dalla carica dirompente e rigeneratrice di Dogma 95, da quella stagione creativa, insomma, che lo spinse a realizzare Festen – Festa in famiglia, e cioè un sublime concentrato di livore sociale, tensioni famigliari e coerenza drammaturgica.

Approdando a qualcosa come Via dalla pazza folla il suo cinema pare essersi normalizzato, standardizzato. Ma sarà del tutto vero? Premesso che avevamo osservato con maggior sospetto, per l’appunto, Il sospetto, opera in genere molto apprezzata e di certo ingigantita dalla prestazione attoriale di uno strepitoso Mads Mikkelsen, ma in cui la ricerca cara all’autore delle crepe e delle ipocrisie presenti nella nostra società appariva viziata da troppi artifici, per non dire da un gusto della provocazione quasi fine a se stesso, ci azzardiamo a dire che in questa classicheggiante rielaborazione della letteratura di Thomas Hardy qualche spunto valido c’è, eccome. E non tanto per come viene compresso, spesso malamente, il materiale narrativo offerto dallo scrittore inglese (il cui romanzo, Far from the Madding Crowd, era già stato portato sullo schermo altre volte, all’epoca del muto ma soprattutto nel 1967 da un ispirato John Schlesinger), bensì per la sopravvivenza in un ritratto fortemente (e a volte forzatamente) acquarellistico della campagna inglese nell’Ottocento di un approccio registico non così banale, come all’apparenza potrebbe risultare.

Nel confezionare questo film in costume maniacalmente attento agli abiti, alle location, ai giochi di luce, alla verosimiglianza di un set che rievoca gli ambienti bucolici della vecchia Inghilterra, il regista riesce a inserire di quando in quando qualche nota disturbante, qualche messaggio tra le righe. Del romanzo scritto nel 1874 da Thomas Hardy viene ripreso innanzitutto il personaggio dell’orfana Betsabea Everdene, interpretata da una Carey Mulligan come sempre deliziosa, figura femminile intraprendente, indipendente e fiera, di sicuro molto avanti rispetto alla cornice tipicamente “vittoriana” che la circonda. Quando costei eredita da un parente la fattoria, un tempo prospera, che finalmente le potrebbe assicurare una vita agiata, il suo desiderio di tenersi lontana dalle intemperie dell’amore si scontra con le pressioni che tre soggetti maschili, di diversa indole, attueranno nei suoi confronti. In realtà il primo, un pastore dall’animo generoso e di poche parole interpretato da Mathias Schonehart, si era già fatto avanti a fortune invertite, e cioè quando la Everdene non possedeva quasi nulla e lui poteva invece contare su un cospicuo, redditizio gregge di pecore (pecore che il suo stesso cane, come impazzito, spingerà a suicidarsi da una scogliera nella classica notte buia e tempestosa, dando vita a uno dei primi episodi stranianti del racconto). Rintuzzati temporaneamente i bollori del primo spasimante, che però resterà lealmente al suo fianco come fattore e finanche come “consigliere”, Betsabea avrà poi a che fare con il ricco vicino, un possidente dai modi affabili ma appesantito dagli anni e da troppe malinconie (Michael Sheen), come anche con un baldanzoso, altero sottufficiale britannico (Tom Sturridge), che assieme al risveglio della passione porterà alla ragazza anche tanti guai. Un po’ troppo monocromatico e da fotoromanzo, il suo incedere. Ma va detto che proprio a questo borioso militare dall’uniforme scarlatta e all’estasiata Carey Mulligan il cineasta danese regala una delle sequenze più audaci e ispirate dell’intero lungometraggio, quella della seduzione a colpi di sciabola nel fitto della foresta.

Ecco, siamo quasi al punto. Pur non arrivando al livello di leggerezza e “modernità” che Michael Winterbottom aveva saputo esprimere in Jude, piccola perla ritagliata anch’essa sulle pagine di Thomas Hardy (Jude l’oscuro, nella circostanza), Vinterberg sembra infondere ai passaggi più emblematici del racconto un taglio meno convenzionale, giocando coi cliché del periodo vittoriano e provando saltuariamente a vivificarli. Non sempre il gioco gli riesce, così come non sempre l’intento è chiaro. Purtroppo lo script affrettato e talvolta maldestro di David Nicholls congela alcune importanti svolte melodrammatiche in dialoghi da operetta. Laddove però il regista danese sa conferire alle prossemiche dei corpi un valore aggiunto, facendo urtare le regole dell’etichetta con la più sfaccettata umanità dei personaggi, il risultato diventa più interessante. Accade così che il tema originario dell’emancipazione femminile, frammentato in più che legittime rivendicazioni e in altri comportamenti francamente antipatici, da parte della protagonista, scavalchi l’epoca di riferimento per parlare a un oggi in cui “la guerra dei sessi” è diventata tutt’altra cosa. E anche l’avvicinamento continuamente rimandato ma inevitabile tra Betsabea Everdene e l’affezionatissimo fattore, proprio grazie a qualche valida sottolineatura registica, viene rappresentato con un tocco in cui il romanticismo di fondo si tinge di sano pragmatismo bucolico, fino a veder allontanarsi insieme lui, lei… e il cavallo.

Stefano Coccia

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