Veep

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La satira diventa documentario

Il 18 settembre 2016 sono stati assegnati i premi della 68esima edizione degli Emmy Awards, il più importante riconoscimento dedicato alle serie televisive. Nel corso della sua storia la cerimonia nota come “gli Oscar della tv” non è mai riuscita a guadagnare la rispettabilità del suo corrispettivo dedicato al cinema; questo per una varia serie di motivi, tra i quali una certa tendenza dei giurati a premiare gli stessi attori e le stesse serie per molti anni consecutivi. Ciò nonostante, pochi devono aver avuto da ridire quando alla premiazione di quest’anno Julia Louis-Dreyfus si è aggiudicata il suo sesto Emmy come migliore attrice comica (il quinto consecutivo) e quando la serie che ha lei come protagonista, Veep, ha vinto il secondo Emmy consecutivo come miglior serie comica.  Veep è prodotta dalla HBO e in pochi anni ha raggiunto un’ammirevole seguito di pubblico, oltre che il plauso incondizionato degli esperti del settore. La serie è stata sviluppata nel 2009 da Armando Iannucci, il quale ha adattato per l’ambiente politico statunitense lo stile e l’impostazione di The Thick of It, la serie britannica da lui creata che metteva alla graticola l’ambiente dei ministeri del Regno Unito.
Dopo quattro anni di vita, e con un cast ormai perfettamente a suo agio nelle rispettive parti (e carico di nomination ai più svariati premi per la tv), Veep si è vista costretta a reinventarsi dopo l’addio di Iannucci dalla carica di showrunner. Il suo sostituto, Dave Mandel, si è ritrovato a dover gestire la storyline che vedeva la protagonista Selina Meyer ferocemente impegnata nella lotta per la carica presidenziale. Come capita raramente quando una serie di successo cambia guida, Veep ha scoperto il modo di mantenere il suo stile e allo stesso tempo di trovare nuova linfa vitale: la quinta stagione è stata un trionfo, un susseguirsi incessante di situazioni esilaranti in cui i personaggi hanno espresso il meglio della loro potenzialità comica, creando al contempo un fin troppo realistica rappresentazione dello spietato micro-universo che è Washington D.C.. Il fatto di raccontare un’inusuale presidential run ha amplificato la risonanza della serie, in quanto i parallelismi con la realtà politica americana del 2016 e con la lotta Trump-Clinton sono diventati fin troppo evidenti; è curioso come un’altra serie fanta-politica (sempre che “fanta” sia ancora un prefisso accettabile), House of Cards, si sia ritrovata nello stesso periodo in una situazione simile, con Frank Underwood malvagio aspirante al trono presidenziale. La vicinanza tra fiction e realtà è stata sottolineata da Julia Louis-Dreyfus stessa nel suo discorso agli Emmys: quella che era iniziata come una “political satire”, ha detto, si è quasi trasformata in un “sobering documentary”. La vicenda della quinta stagione è questa: l’ormai ex-vicepresidente Selina Meyer, ritrovatasi senza vero merito a occupare la presidenza dopo le dimissioni del Presidente, combatte strenuamente per rompere il pareggio elettivo che le ha impedito di venire eletta Commander in Chief. Per fare ciò è necessario un riconteggio dei voti nello stato del Nevada (sulla cui pronuncia corretta si discute molto); ma la situazione non è così semplice, come non lo è il lavoro di Amy Brookheimer (Anna Chlumsky), Dan Egan (Reid Scott), Mike McLintock (Matt Walsh) e tutti gli altri membri del suo stressatissimo staff. Come in ogni stagione prima di questa, spiccano due personaggi magnificamente caratterizzati: il nevrotico assistente personale Gary Walsh, interpretato dal poco mascolino Tony Hale, e Jonah Ryan (Timothy Simons), vanaglorioso buono a nulla, smanioso di raggiungere posizioni di potere. In questa stagione Jonah finalmente ce la fa, ma questo non gli impedisce di rimanere oggetto dei peggiori insulti mai scritti per la tv dai tempi di Blackadder, serie cult in cui l’insulto diventava quasi arte. Valore aggiunto sono le numerose guest star, che anche in parti ristrette riescono a inserirsi perfettamente nello stile di Veep rendendo l’insieme più coeso. Tra questi Peter MacNicol, famoso come John Cage, avvocato balbuziente in Ally McBeal, e Hugh Laurie, ormai per tutti Dr. House ma in realtà abilissimo attore puramente comico (e per chi sia interessato, vale la pena di riscoprire A Bit of Fry and Laurie, una delle poche sketch series britanniche che hanno potuto rivaleggiare in quanto a creatività con i Monty Python). Al di là di tutto ciò, a torreggiare su ogni altra qualità che si può attribuire a Veep c’è la riuscitissima performance di Julia Louis-Dreyfus. Gli appassionati di sitcom non potranno non ricordarla come Elaine Benes, membro del quartetto protagonista di Seinfeld, l’archetipo di ogni sitcom moderna, modello riconosciuto di Friends, How I Met Your Mother, e la maggior parte delle vostre serie comiche statunitensi preferite. La fama dell’attrice, soprattutto negli U.S.A., sarà sempre legata a quel personaggio, ma con Selina Meyer la Louis-Dreyfus è riuscita a forgiare una nuova, indimenticabile figura. Per quanto ricco di spunti possa essere un personaggio come Selina Meyer, forse nessuno avrebbe saputo sfruttarli tutti come lei. Il risultato è il ritratto sopra le righe ma inquietantemente credibile di una donna perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, allo stesso tempo stressatissima e indolente, ignorante e fin troppo consapevole, amorale e umorale, spietata e incapace. Se possiamo dire che il suo Emmy è assolutamente meritato, è per la resa di tutte queste sfaccettature, e quest’anno più degli altri grazie a certi episodi che le hanno fatto approfondire alcuni lati del personaggio, come “Mother”, in cui la presidente risolve definitivamente il rapporto poco sano con la madre, mostrandosi allo stesso tempo incapace di essere un buon genitore per sua figlia Catherine, o “Kissing Your Sister”, che mostra il documentario girato da sua figlia Catherine sul luogo di lavoro della madre.  La sesta stagione di Veep avrà il compito di reinventare la serie ancora una volta, a causa della vicenda che ha visto Selina Meyer cambiare di nuovo il suo ruolo politico al termine della quinta, e sinceramente non pare un compito facile. In particolare, il rischio non sarà tanto quello di modificare nel modo sbagliato l’impostazione della serie, quanto quello di ricadere in dinamiche già sfruttate in passato. In altre parole, gli sceneggiatori corrono il rischio di appoggiarsi al già visto, come anche gli attori, a cui finora è sempre stato lasciato molto spazio per improvvisare; se lo show-runner Dave Mandel saprà ripetere la coraggiosa mossa dell’ultimo anno, cioè impostare la stagione in modo originale, ci aspetterà un altro anno di comicità al massimo livello.

Riccardo Basso

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