Va’ e vedi

0
9.0 Awesome
  • VOTO 9

L’infanzia di Fljora: inferno in Bielorussia

Il recente Festival online del Cinema Russo “Aspettami e io tornerò” è stato foriero di numerose (ri)scoperte. Avrebbe dovuto svolgersi qualche mese fa, dal vivo, questo appuntamento festivaliero ideato per celebrare il 75° anniversario della Vittoria sul nazifascismo (9 Maggio 1945- 9 Maggio 2020), ma vista la situazione si è stabilito di proporlo online. Peccato per l’impossibilità di rivedere sul grande schermo capolavori come quello di Andrej Tarkovski, L’infanzia di Ivan. Ma la rassegna programmata tra il 19 e il 22 dicembre ha rappresentato comunque un’intensa e appassionante lezione di Storia del Cinema.

E tra perle magari meno conosciute di altre, tipo il misterico e iperbolico White Tiger di Karen Šachnazarov, a riemergere dall’oblio è stato anche uno dei capitoli più duri, sconvolgenti, terrificanti, all’interno di questa epopea della Seconda Guerra Mondiale espressa per immagini: Va’ e vedi (Idí i smotrí, 1985) di Elem Germanovič Klimov.
Presentata fuori concorso a Cannes, premiata in URSS per le parimenti tenebrose atmosfere musicali create dal compositore e organista russo Oleg Grigor’evič Jančenko, questa pellicola il cui titolo allude non a caso all’Apocalisse di San Giovanni aveva conosciuto invero un po’ di gloria nel 2017, alla 74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, quando le venne attribuito il Premio Venezia Classici per il miglior film restaurato. Riconoscimento meritatissimo. Permane però l’impressione di un’opera destinata a essere ricordata sporadicamente, quasi controvoglia, proprio per la crudezza di certe immagini e per l’impatto devastante delle storie ivi narrate.
Eppure rievocare determinate pagine di Storia non può che portare a questo. Chi vi sta ora scrivendo visitò Minsk e altre località della Bielorussia negli anni ’90, quando la fragilità della neonata democrazia non era ancora uscita allo scoperto e l’impressione maggiore era data dai postumi sulla popolazione locale, soprattutto i più giovani, della tragedia di Chernobyl. Altre tragedie meno recenti ristagnavano però nella memoria collettiva. Ad aprirci gli occhi la visita a un memoriale della Grande Guerra Patriottica, come viene abitualmente chiamata da quelle parti la Seconda Guerra Mondiale, con uno dei monumenti concepito proprio per ricordare quel quarto di popolazione sterminato durante il conflitto; ossia una sorta di quadrilatero, laddove su tre angoli sono accese fiamme perenni, mentre all’altezza della quarta il fuoco è spento. Così come si spense in circostanze drammatiche tutta quella gente.

Analogamente una didascalia alla fine di Va’ e vedi intende ricordare le centinaia di villaggi bielorussi brutalmente annientati dall’esercito invasore. In effetti il lungometraggio di Klimov trae ispirazione anche, in modo piuttosto evidente, dichiarato, dal sanguinario eccidio compiuto il 22 marzo 1943 a Chatyn’, piccolo paese della Bielorussia che venne completamente distrutto dai nazisti, quale rappresaglia per la morte di alcuni soldati tedeschi in uno scontro a fuoco coi partigiani. Gli abitanti del villaggio erano stati accusati di collaborare con gli irregolari sovietici presenti nel territorio e tutti furono bruciati vivi o fucilati. Ben 149 le vittime, tra cui molte donne e bambini. L’operazione era stata condotta dal 118º Battaglione “Schutzmannschaft” e dalla SS-Sturmbrigade Dirlewanger posta, per l’appunto, sotto il comando di Oskar Dirlewanger; uno dei peggiori criminali di guerra tedeschi, sadico, pedofilo, alla cui contorta passione per gli animali esotici si allude anche, nel film, attraverso la curiosa presenza di un lemure sulla spalla del suo omologo cinematografico.

Prima dell’apocalittico epilogo, con sequenze di massacri che appaiono interminabili, Klimov ha comunque il tempo di esplorare l’orrore della guerra in tutte le sue varianti impazzite, emulando quasi più lo spirito di un Sam Fuller o del Coppola di Apocalypse Now, che lo spirito dei pur toccanti e a volte feroci kolossal sovietici sulla Grande Guerra Patriottica. In certi momenti, anzi, la sfida pare essere a Salò o le 120 giornate di Sodoma, per il carattere quasi insostenibile delle sequenze più sadiche, rivoltanti, crudeli.
Iperrealismo. Lisergiche virate verso il grottesco. Montaggi visionari e allegorici che sottopongono infine alla gogna la sete di potere del Führer. Il pur funereo lirismo di Tarkovski è per molti aspetti lontano. Perché all’infanzia di Fljora, il giovanissimo partigiano protagonista di Va’ e vedi, spetterà un racconto di formazione ancor più brutale, un’attonita contemplazione di orrori, ingiustizie e perdite sempre più dolorose, cui non viene concessa tregua alcuna. Nemmeno la possibile catarsi di una fuga nel ricordo o nel sogno interverrà a mitigare la furia di un nemico tanto insensibile quanto codardo e spietato.

Stefano Coccia

Leave A Reply

tre × 1 =