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Utama – Le terre dimenticate

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VOTO: 8

Diario (di due anziani coltivatori) in Bolivia

Le asperità della vita rurale a così alte quote. L’antica pratica della masticazione delle foglie di coca. Le condizioni di vita non meno dure dei minatori. La sfortunata sortita militare di Che Guevara, il quale sognava di innescare con pochi uomini al seguito un processo rivoluzionario, proprio laddove i mutamenti sociali sembrano avvenire con una tempistica ben più rilassata.
Si potrebbe anche riassumere così quella porzione di immaginario, che siamo in grado di ricollegare con maggior facilità all’altopiano boliviano. A tale inventario di nozioni antropologiche, politiche e culturali non poteva che far bene un update, specie se riflesso direttamente dal grande schermo, in genere così avaro di novità dalla montuosa nazione sudamericana. Abbiamo accolto quindi con trepidazione la possibilità di aggiornare questo immaginario ormai consunto attraverso Utama – Le terre dimenticate, lungometraggio di finzione che riesce a coniugare il rispetto della Tradizione con le incertezze del presente.

Preceduto da importanti premi in altre rassegne di caratura internazionale (tra cui il Sundance), il film del talentuoso Alejandro Loayza-Grisi era stato presentato in anteprima a Roma durante il Festival del Cine Español y Latinoamericano, dove ha anche vinto il Premio del Pubblico. E sta ora beneficiando di una seppur ridotta distribuzione nelle sale italiane, grazie al costante impegno di Officine Ubu in direzione di un cinema di qualità.
Se ne avrete la possibilità, non perdete l’occasione di vederlo anche voi su uno schermo cinematografico. La dimensione paesaggistica ha senz’altro qui una notevole rilevanza. Sebbene non sia certo l’unica componente di pregio e spessore di un’opera, il cui segreto sta anche nell’intensità del dialogo tra generazioni differenti, nonché tra Uomo e Natura; un dialogo che peraltro, a livello verbale, non si limita allo spagnolo, ma si esprime pure a tratti nell’antica lingua Quechua. Non a caso utama nell’idioma ancora in uso presso le popolazioni indigene delle Ande significa “la nostra casa”.
Una casa sempre più a rischio, però, a causa dei cambiamenti climatici, della sostanziale indifferenza dei governi, del quasi conseguenziale impoverimento delle zone rurali. Laddove il deserto si sta mangiando aree fino ad ora almeno abitabili e l’acqua stessa è bene sempre più raro.

Con orizzonti bassi e inquadrature larghe da western andino ci viene introdotta l’esistenza grama degli anziani protagonisti. I personaggi in questione sono Virginio (José Calcina) e Sisa (Luisa Quispe), coppia Quechua sposata da una vita, nella cui dimora si rifà vivo dopo anni di assenza il nipote Clever (Santos Choque), intenzionato a convincerli (prima con toni “soft” e poi con argomentazioni sempre più pressanti) a trasferirsi in città, per sopravvivere alla grave crisi idrica che ha colpito l’intera regione.
L’orgoglio di Virginio, sulle cui spalle pesano una condizione di salute che peggiora ogni giorno di più e il presagio di sventura dato dall’apparizione di un condor (tra i tanti elementi caratteristici, assieme alle preziose mandrie di lama, che compaiono sullo schermo: El condor pasa degli Inti Illimani docet), lo fa essere sordo a simili proposte, mentre l’amore per la propria terra assume sfumature diverse nella modesta ma alla lunga non meno fiera, energica consorte.
Elegia della terra, elegia della pioggia lungamente attesa, elegia del cambiamenti in Natura ed elegia dei rituali per dialogare con essa, Utama – Le terre dimenticate mette in scena un dialogo tra il vecchio e il nuovo che genera, a tratti, brividi sotto la pelle.

Stefano Coccia

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