Unquiet Graves

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Vittime e carnefici

Notevole, lo abbiamo ribadito più volte, lo spazio concesso ai documentari nel corso di questa dodicesima edizione dell’Irish Film Festa. Quale valore aggiunto, l’attenzione costante per le lotte compiute nel nome della giustizia, della memoria storica, della ricerca della verità. E in tal senso Unquiet Graves di Seán Murray è veramente uno dei casi più emblematici, un pugno allo stomaco che non si dimentica facilmente

Si potrebbe partire proprio dal fatto che di documentari (e film di finzione) incentrati sul burrascoso periodo dei Troubles ne abbiamo visti non pochi, in questi anni. Quello realizzato dal film-maker di Belfast ha però una sua specificità, data dal proficuo incrociarsi di una cura formale piuttosto rara e di ricostruzioni, testimonianze, che nella loro drammaticità muovono accuse molto serie alla connivenza di certi apparati del Regno Unito con atti di violenza estrema, compiuti nell’Ulster (ma come scopriremo anche nella Repubblica d’Irlanda) da gruppi paramilitari lealisti.
Difatti ciò che viene qui analizzato corrisponde all’impressionante catena di omicidi a sangue freddo, stragi e attentati dinamitardi di cui si macchiò la cosiddetta Glenanne Gang, spietato gruppo paramilitare col quale si interfacciarono nell’ombra soggetti provenienti dall’esercito o dalle forze di sicurezza britanniche presenti sull’isola. Uno dei momenti più sconvolgenti del film è proprio la rocambolesca intervista a uno degli uomini in divisa che collaborarono con quella banda di assassini e che si è poi trasferito in Sudafrica, dove vive tuttora. Quell’improvvisa disponibilità a vuotare il sacco è indice probabilmente del grave peso con cui la sua coscienza deve convivere, mentre le modalità con cui Seán Murray ha interagito con lui si riallacciano in qualche modo a un interessante (e spiazzante) filone del documentario contemporaneo, quello in cui il punto di vista su gravi violazioni dei più elementari diritti umani viene espresso non dalle vittime, ma dai carnefici stessi: questa tendenza agghiacciante e il più delle volte rivelatrice è ben rappresentata da lavori come El Sicario – Room 164 di Gianfranco Rosi o come i documentari sul genocidio indonesiano di Joshua Oppenheimer. E a proposito di genocidi, lodevole è anche quella chiarezza espositiva che consente a Unquiet Graves, anche tramite l’accostamento – sempre motivato – con analoghi crimini compiuti dai regimi più reazionari dell’America Latina , di portare avanti la denuncia di veri e propri delitti di stato.

Altrettanto fine è il modo in cui vengono messi in evidenza i ritratti delle vittime e il sofferto ruolo di chi oggi deve difenderne la memoria, continuando a reclamare giustizia. A tal proposito di particolare impatto emotivo (e ricchezza linguistica) è la sequenza, posta verso la fine, in cui la voce narrante del celebre attore irlandese Stephen Rea ripropone una poesia di Seamus Heaney, dedicata al cugino Colum caduto anch’egli in uno di quei feroci agguati, mentre l’animazione riporta sullo schermo tali fatti in modo tanto lirico quanto intimamente sofferto.

Stefano Coccia

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