Uno per tutti

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2.0 Awesome
  • voto 2

Panariello nei panni di un poliziotto? Pessima scelta!

Capita di rado, ma capita, che un film drammatico risulti talmente scadente da suscitare ilarità anziché tensione o commozione. Ebbene, è questo il caso dell’ultimo film di Mimmo Calopresti: Uno per tutti.
Panariello interpreta un poliziotto giusto ed integerrimo, ricco di buoni sentimenti e con un segreto nascosto nel passato. Basterebbe solo questo accenno per capire che non ci sono speranze per la pellicola. È vero, di tanto in tanto è giusto rimescolare le carte e reinventare il ruolo degli interpreti, ma Panariello nei panni di un poliziotto dal cuore impavido è una sfida persa in partenza. Comunque, andiamo avanti.
A Trieste, nel corso di una rissa, il diciottenne Teo accoltella un coetaneo, che è ricoverato in fin di vita. L’episodio fa riemergere un altro fatto di sangue di 30 anni prima, cui parteciparono Gil, il padre di Teo, e due suoi amici: uno diventato poliziotto, l’altro medico, da tempo residente in Calabria. Il presente si intreccia con il passato. Di tanto in tanto, si insinuano  flashback a caso. Sembra, senza esagerare, che il regista abbia realizzato tutte le sequenze relative al ricordo e che poi abbia affidato al lancio di una monetina la loro ripartizione nel film. Ma affrontiamo un problema ben più grave: questi flashback sono ridicoli. Dialoghi banalissimi, certe volte addirittura insensati, interpreti goffi e mal gestiti dalla regia. Il dramma dei dialoghi e della regia inesistente, in realtà, riguarda tutto il film. Si sprecano le sequenze inutili, in cui dominano dibattiti grotteschi tra i protagonisti. A dire il vero, di questo film non si salva niente. È impossibile riscontrare un cenno positivo con cui attenuare i toni di quest’analisi. La banalità dilaga come una malattia contagiosa dai titoli di testa a quelli di coda. Eppure, forse, una nota positiva è doverosa giacché, nel complesso, si crea un contrasto acceso tra le intenzioni registiche e il risultato finale del film. Morale della favola: si ride del paradosso. Chi scrive consiglierebbe questo film a tutti gli aspiranti registi, quale esempio da non imitare mai, nemmeno per sbaglio!

Federica Bello

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