Unidentified

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5.0 Awesome
  • voto 5

Giallo in due atti (e coda finale)

Bogdan George Apetri, classe 1976, è uno dei registi di punta della nuova ondata del cinema rumeno, “movimento cinematografico” che dal 2000 raccoglie ampi consensi internazionali, e, appunto, ha spinto molti critici a ritenere questa fervente e prodigiosa produzione rumena come una Nouvelle Vague simile a quelle sorte tra la fine degli anni Cinquanta e prima metà degli anni Sessanta del Novecento. È vero che la cinematografia rumena dal nuovo Millennio sorprende continuamente, con pellicole di buona e ottima fattura che si aggiudicano premi in differenti festival, ma gli autori stessi preferiscono scansare questa nobile definizione perché non si ritengono un gruppo coeso, e ognuno di loro persegue un proprio percorso personale. Apetri, tra l’altro, è molto più fecondo nelle vesti di produttore piuttosto che nei panni di regista, avendo fino a questo momento realizzato cinque cortometraggi, tra il 2002 e il 2008, e in questi ultimi dieci anni soltanto due lungometraggi: Periferic (2010) e Unidentified (Neidentificat, 2020).

Presentato al 30º Noir in Festival, Unidentified è, come si suole dire, la prova del nove per capire se Apetri sia un autore sopraffino. Usualmente la seconda opera, serve per valutare le qualità di un autore che si è distinto con la pellicola d’esordio. Secondo passo registico sempre sdrucciolevole, perché l’autore deve confermare quello che ha fatto – “magnificamente” – con il primo film, ma allo stesso tempo vuole virare per non rimanere schiacciato e incasellato. L’esordio Periferic venne accolto molto favorevolmente, per quella sua cupa narrazione femminina e quella scabra ricognizione negli strati disagiati della Romania periferica. Unidentified, scritto da Apetri assieme a Iulian Postelnicu (sceneggiatore di serial televisivi), mantiene sullo sfondo quell’osservazione della realtà quotidiana rumena, ma principalmente si libra verso altre elevate intenzioni. Questo librarsi – troppo – in alto di Apetri si potrebbe definire simile all’incauto svolazzo di Icaro verso il sole. Partendo da un plot linearmente da giallo o da poliziesco, ossia l’indagine su due misteriosi incendi, e utilizzando qualche topoi (poliziotto outsider, capo scemotto) i due sceneggiatori si spostano poi verso un’intimistica e nevrotica storia personale, che svelerebbe, quasi in modo sardonico, l’accanita indagine del poliziotto Florin. In pratica la pellicola, di due ore e poco più, è strutturata in due tempi “distinti”, a cui si aggiunge una ironica coda finale: tesi, antitesi e sintesi. Ma c’è poco di filosofico nella trama, e primeggia di più una pseudo-intellettuale messa in scena che dilata la storia. Apetri cade nell’errore di utilizzare da un lato una forma visiva grave, che spesso funziona bene e conferma le sue qualità di regista, e dall’altra commentare questa discesa agli inferi del protagonista con ampio uso di musica classica, per amplificare la gravosa tragedia. Tra l’altro, a livello narrativo, sono ravvisabili nel finale un paio di citazioni letterarie e cinematografiche: “La promessa” (1958) di Friedrich Dürrenmatt e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri. Per stilare un giudizio di una riga, questo giallo nel giallo è velleitario nell’esposizione più che nelle intenzioni.

Roberto Baldassarre

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