Underwater

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Chi trivella se ne pente

Una base marina adibita alla perforazione dei fondali oceanici nella Fossa delle Marianne, in cerca di risorse. Una violenta scossa di terremoto pare aver risvegliato qualcosa di a lungo sopito. Ma di cosa si tratta, esattamente?
Nel buon cinema di genere la suspense dovrebbe essere centellinata sino alla classica rivelazione del mistero. In Underwater – diretto dal semi carneade William Eubank, del quale si ricorda solamente il tutt’altro che trascendentale The Signal (2014), sempre sul genere fantascientifico – dopo qualche minuto di visione di tale segreto non importa più nulla a nessuno. Questo perché il lungometraggio in questione si è già arenato sul binario morto degli stereotipi. Quasi un Alien trasferito a viva forza nel profondo degli abissi, con il tradizionale equipaggio in formazione ridotta e in disperata lotta per la sopravvivenza contro una minaccia poco definita e perciò difficile da affrontare. Sembra, appunto, il gradito ritorno del buon vecchio cinema di genere, ma non c’è affatto da fidarsi. Underwater è un prodotto liofilizzato pensato per qualsiasi tipo di pubblico, e quindi per nessuno in particolare. Gli manca in maniera lancinante il requisito principale: la consapevolezza. Quella di possedere i mezzi per puntare ad una certa autorialità, in primo luogo; poi l’accortezza di voler puntare sull’altra possibilità, quella del film giocattolo iper-citazionista, magari imbottito di sana ironia. Nulla di tutto ciò. Si potrebbe ritenere, facendo uno sforzo per sopportare gli infiniti novantacinque minuti di durata, Underwater un film da vedere solamente allo scopo di comprendere meglio quali danni stia causando il capolinea della fantasia in questi miserabili anni. L’assoluta mancanza di coraggio nell’osare idee nuove senza adagiarsi su successi del passato, sperando che una copia sbiadita possa sostituire un originale destinato a rimanere, giustamente, tale. Con la famigerata computer graphics preventivamente incaricata di svolgere le funzioni del blob ingoia tutto, compresa l’attenzione dello spettatore in età adulta.
Sarebbe forse stato lecito sperare, viste le premesse narrative riportate ad inizio articolo, almeno in un film che sensibilizzasse le nuove generazioni – quelle che tradizionalmente costituiscono la parte principale di pubblico per film di questo tipo – sul gravoso problema dell’alterazione degli equilibri del pianeta. Anche in questo caso – e l’espressione cade a fagiolo – un bel buco nell’acqua, tanto il messaggio ecologista risulta posticcio e dunque poco approfondito. Greta Thunberg avrà certamente molto di meglio da fare, che vedere un film come Underwater. Di cui colpisce in negativo anche l’evidente operazione di miscasting. Con la volenterosa Kristen Stewart – abituata a scelte artistiche di ben differente spessore – per l’occasione dalla crine ossigenata a vestire i succinti panni di una novella Ripley “alienana”, ovviamente senza possibilità alcuna di competere con il prototipo ma in compenso portata a disquisizioni filosofiche, con se stessa in voice over, di assai discutibile valore e interesse. Mentre da par suo Vincent Cassel sembra capitato sul set per puro caso, più che altro ansioso di ritirare il cachet e togliere il disturbo. Si finisce così, senza spoilerare un epilogo che la produzione avrebbe potuto benissimo pubblicare sulle locandine tanto risulta telefonato, a rimpiangere la gloriosa e ruspante serie B da bassifondi (o fondali) di una volta. Quella, tanto per restare in argomento marino, molto in voga sul calar degli anni Ottanta, da Leviathan di George P. Cosmatos al coevo Creatura degli abissi, diretto da quel Sean S. Cunningham abituato a confezionare pellicole rozze ma efficaci con pochi spiccioli. Inutile sottolineare, a questo punto, come l’umanesimo utopico e futuribile del classico The Abyss (di nuovo 1989, per quella che è stata all’epoca una vera tendenza…) di James Cameron per Underwater rimanga semplicemente una suggestione inarrivabile.
Se i primi (avariati) frutti produttivi della nuova 20th Century Fox acquisita dalla Disney sono questi, ebbene c’è molto poco da stare allegri. La massificazione impera…

Daniele De Angelis

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