Una

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7.0 Awesome
  • voto 7

Ossessione d’amore

Imperfetto ma coraggioso film, questo Una di Benedict Andrews, cineasta di origine australiana ma trapiantato in Islanda, dove si occupa perlopiù di teatro. Ed è proprio l’origine teatrale del testo – basato infatti sull’opera teatrale “Blackbird” dello scozzese David Harrower, che sceneggia a sua volta il film – a tradire in un certo qual modo l’esordiente regista: troppo lenta e meditativa la costruzione narrativa, di routine la suddivisione tra presente diegetico e flashback; molto poco naturalistica pure la recitazione, anche se Rooney Mara è eccellente e Ben Mendelsohn dimostra anche in questa occasione tutta la sua sopraffina esperienza attoriale. Si nota anche la tendenza di Andrews ad appoggiarsi su modelli di messa in scena ampiamente precostituiti: Una, titolo che deriva dal nome del personaggio femminile protagonista, risente soprattutto dell’influenza del cinema di Atom Egoyan, specialista – nei suoi momenti migliori, vedere ad esempio Il viaggio di Felicia (1999) – di lungometraggi intrisi di misteri personali in cui la ricerca di una traumatica verità rappresenta per i protagonisti una sorta di discesa in un simbolico abisso. Questo è anche il caso di Una, inteso come personaggio, coinvolta all’età di tredici anni in un’inaudita storia d’amore con un vicino di casa nonché amico e coetaneo del padre. Il quale, dopo essere stato condannato per abuso su minore, verrà riavvicinato dalla ragazza quindici anni dopo i fatti.
Tuttavia il merito principale di Una, ambientato in un ignota periferia di un paese fondamentalmente conservatore come la Gran Bretagna, risiede proprio nella sua capacità di generare discussione e dibattiti affrontando senza preconcetti un tabù assoluto quale la pedofilia. Facendolo peraltro in modo positivamente ambiguo. Perché gli eventi accaduti tra Una e Ray, vengono presentati dal regista sotto una luce differente rispetto all’ovvietà del reato in questione, sul quale è impossibile essere in disaccordo nel chiedere la massima severità nella pena. La domanda basilare che pone un film come Una è la seguente: può esserci amore, al di là delle consuetudini sociali da rispettare, tra una ragazzina tredicenne e un adulto? E se il differente grado di maturazione dei due individui avvicinasse o addirittura azzerasse la distanza anagrafica, si potrebbe ancora parlare di reato in senso assoluto? Su queste non indifferenti problematiche si interrogano i personaggi, la regia di Andrews e lo script di Harrower, saggiamente evitando una qualsiasi risposta definitiva. Ogni singola istanza propugnata dal film è infatti immersa nel dubbio. Quello che inizialmente sembrava essere da parte di Una un riavvicinamento a scopo di vendetta dopo i traumi da lei vissuti, parebbe in realtà ancora un insopprimibile bisogno di contatto fisico con l’uomo. Il quale – ad essere obiettivi poco plausibilmente, per un pregiudicato condannato per tale reato, ora sistemato in una villetta borghese con nuova e bellissima compagna della medesima età al proprio fianco dopo il cambio d’identità – non solo non si defila come la primissima reazione lasciava presagire, ma confessa alla ragazza un piccolo/grande segreto del loro passato in comune e non rifiuta affatto anche lui un nuovo contatto fisico con lei. Finendo poi con il dichiararle le fatidiche tre parole: “Io ti amo“. Non bastasse tutto ciò lo spettatore viene posto nel delicato ruolo di giudice morale allorquando Ray giura e spergiura che Una è stata l’unica minorenne con la quale egli ha avuto rapporti sessuali. E la “sorpresa” finale in cui Una e il pubblico scoprono che egli convive con la figlia – più o meno della medesima età di Una quindici anni addietro – apre nuove e rabbrividenti incognite sull’intera vicenda.
Credere ad istinti deviati tuttora fuori controllo oppure ad un sentimento tanto anomalo quanto, per tale motivo, discutibile? Il fatto certo è che Una – presentato nell’ambito della selezione ufficiale all’undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma – lascia una profonda sensazione di disagio al termine della visione. E non è affatto poco.

Daniele De Angelis

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