Una vita spericolata

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Criminali per caso

Dopo un esordio nel 2001 apprezzato da buona parte di pubblico e critica (Santa Maradona), il regista e sceneggiatore Marco Ponti ha realizzato una serie di lavori che non sempre hanno convinto chi ha avuto modo di vederli. Basti pensare, anche solo volendo tornare alla mente agli ultimi anni, ai più che discutibili Io che amo solo te (2015) e La cena di Natale (2016). Si tratta, in entrambi i casi, di prodotti per i quali è stato stanziato un cospicuo budget, con un impiego di richiesti interpreti, ma che, sia per contenuti che per realizzazione tecnica, hanno lasciato parecchio a desiderare. Ed ecco che, a distanza di poco meno di due anni, fa capolino in sala un nuovo lungometraggio. Anch’esso – come molti altri lavori realizzati in Italia negli ultimi anni – che parla dei giovani, del relativo precariato e della crisi economica, anch’esso che tenta la (non facile) strada del road movie (formula, questa evidentemente parecchio apprezzata), senza riuscire del tutto a colpire nel segno. Stiamo parlando di Una vita spericolata, sul quale pare proprio che regista e produttori abbiano puntato parecchio. Ma andiamo per gradi.

I protagonisti sono due ragazzi squattrinati, amici per la pelle: Roberto e Bartolomeo. Per una serie di strampalate coincidenze, Roberto rapinerà “involontariamente” una banca, portando a casa venti milioni di euro. Una volta scoperto, l’unica soluzione sembrerebbe quella di darsi alla fuga – aiutato, ovviamente, dal suo amico di sempre – prendendo in ostaggio per finta la giovane e affascinante Soledad, ex bambina prodigio che – da adulta – non riesce a trovare la tanto agognata notorietà come attrice. Avrà inizio, così, una rocambolesca fuga attraverso tutta la nazione, fino ad arrivare in Puglia, dove i due giovani avranno l’opportunità di imbarcarsi alla volta dell’Albania e scappare con il malloppo.
Ora, da una prima, sommaria lettura della sinossi, lo spunto sembrerebbe anche interessante. Il problema, però, si presenta nel momento stesso della realizzazione. Non è colpa soltanto di uno script che prevede non pochi buchi e forzature (eccessivamente deboli, ad esempio, le motivazioni che hanno spinto la giovane attrice a farsi prendere in ostaggio, così come gli escamotage attuati dai ragazzi per sfuggire alla polizia confondendosi all’interno del flusso di fedeli uscenti da una chiesa), ma è colpa anche di dialoghi che prevedono battute scontate e al limite dello squallore, pronunciate da interpreti che sembrano essi stessi non credere al progetto a cui stanno prendendo parte.
A tal proposito, molto perplessi lascia anche la stessa direzione attoriale. Al punto da rendere persino la promettente Matilda De Angelis (vera e propria rivelazione di Veloce come il vento), un’interprete per nulla a proprio agio nel suo ruolo e che, erroneamente, potrebbe darci l’’impressione di chi non riesce a entrare in confidenza con il mezzo cinematografico.
Una serie di scivoloni, dunque, per un prodotto che dalla sua ha soltanto un discreto sfruttamento delle location. A quanto pare il buon Marco Ponti anche stavolta non è riuscito a far centro.
Ultima considerazione: per quanto riguarda i triangoli amorosi (altro tema tirato in ballo come se si trattasse di qualcosa di “rivoluzionario”), prima ancora del caro vecchio Truffaut, ha saputo regalarci grandi emozioni anche il grande Ernst Lubitsch con il suo Partita a quattro (1933). Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Marina Pavido

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