Una película sobre parejas

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il cinema non è bello se non è litigarello

Per Stanley Kubrick fare un film era come “[…] cercare di scrivere Guerra e pace nell’autoscontro di un luna park […]”. François Truffaut in Effetto notte (La nuit Américaine, 1973) declama “La lavorazione di un film somiglia al percorso di una diligenza nel Far West: all’inizio uno spera di fare un bel viaggio, poi comincia a domandarsi se arriverà a destinazione.” Jean-Luc Godard in Cura la tua destra (Soigne ta droite, 1987) dice “La fatica più grossa, nel fare del cinema, è portare le pizze”. E poi ci sono: (1963) di Federico Fellini, che descrive tutto il blocco creativo di un regista e il caos di tutta la produzione; Attenzione alla puttana santa (Warnung vor einer heiligen Nutte, 1971) di Rainer Werner Fassbinder mostra la nevrosi di tutta la troupe; Sogni d’oro (1981) di e con Nanni Moretti, che oltre a rifarsi a , mette in evidenza se il film (autoriale) sarà accettato anche da un pubblico proletario; oppure Hollywood Ending (2002) di e con Woody Allen che, nel finale, sbeffeggia la critica europea che accetta e applaude qualsiasi ciofeca sfornata da un autore. La lista di pellicole che hanno trattato il fare cinema potrebbe poi continuare, ma questi esempi, oltre ad essere i più noti, sono anche gli avi nobili di Una película sobre parejas (2021) di Natalia Cabral e Oriol Estrada.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021, è una commedia metacinematografica con cui la coppia registica (vera coppia anche nella vita) riflette con sarcasmo sulla difficoltà di fare del cinema, dall’ideazione del soggetto fino alla proiezione in sala, passando per i problemi del set e la scelta di come montare. In particolare la pellicola ironizza sulla complessità nel realizzare un’opera d’autore, perché è pur vero che tali opere possono ottenere premi, ma se alla fine gli spettatori comuni in sala sono pochi (e perplessi), significa aver in un certo qual modo fallito, proprio per il fatto di non essere stati compresi. È una tematica che al duo registico sta molto a cuore, essendo due giovani registi che sin dall’esordio hanno optato per un cinema di qualità focalizzato sulla realtà, come attestano Tú y Yo (2014), El sitio de los sitios (2016) e Miriam miente (2018). Pellicole applaudite in molti festival internazionali, in sala sono state poco viste (e capite). Sin dall’inizio Cabral ed Estrada, che interpretano loro stessi, si citano volutamente addosso, e a seguire non mancano alcune scene gustose, con frequenti battute frizzanti anche sulla fauna cinematografica. Alcune di queste battute hanno anche delle sfumature ironiche alla Woody Allen (un’inquadratura inutile, ma con venature metaforiche, piacerà sicuramente alla critica europea), e sono anche divertenti le citazioni, attraverso il taglio delle inquadrature, di noti autori (Frederick Wiseman, Apichatpong Weerasethakul, Yasujiro Ozu); oltre all’autocitazione finale, sul gonfiabile della paperella (simile a quello de El sitio de los sitios). Purtroppo questo gioco cinematografico, genialmente circolare (dopotutto il fare cinema per un regista è ciclico) avrebbe maggiormente funzionato come cortometraggio, perché tra scene ripetitive e alcune sovraccariche, la narrazione si sfalda.

Roberto Baldassarre

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