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Una notte violenta e silenziosa

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VOTO: 7

Renne all’arrabbiata

L’unica cosa davvero sbagliata dell’irriverente, grandguignolesco lungometraggio di Tommy Wirkola? Il titolo scelto dalla distribuzione italiana. Al prolisso e in fondo schizofrenico Una notte violenta e silenziosa preferiamo di gran lunga l’originale Violent Night. Un po’ per questioni di “musicalità” del linguaggio. E un po’ perché, restando in ambito musicale, l’assonanza con un tema tradizionale come Silent Night, oltre a sintetizzare meglio il timbro ironico dell’intera operazione, ne anticipa in qualche modo una delle prerogative più accattivanti e riuscite: la divertente parafrasi delle canzoni e delle espressioni augurali tipiche del Natale. Non ce ne vorrete, a questo punto, se d’ora in poi ci si limiterà a utilizzare il titolo Violent Night.

Mettiamo però un “punto e Wirkola” (perdonate la facezia) sulla spinosa faccenda del titolo e proviamo ad andare oltre. Da presentare ma, soprattutto, da consigliare al pubblico, qualora si desideri mettere un po’ di brio al talora melenso e molesto periodo delle feste in sala, vi è infatti un film forse non originalissimo (il “Dark Side” del Natale col tempo è diventato anch’esso un tormentone cinematografico) ma indubbiamente esagerato, travolgente, sulfureo, a tratti persino esilarante nel capovolgere i più consunti stereotipi natalizi, in un tripudio di frattaglie e schizzi di sangue.

Il prologo di marca “British”, sullo sfondo un caratteristico pub della vecchia Inghilterra, ci pone di fronte quello che sembrerebbe il classico, posticcio Santa Claus ingaggiato da supermercati e famigliole con bambini al seguito. Solo che lui è quello vero. Ed è incredibilmente sboccato, sarcastico e attaccato alla bottiglia, rispetto a come lo vorrebbe la Tradizione!
Terminata la sosta al pub, i suoi viaggi per fare felici i bravi bambini (e portare carbone agli altri) proseguono nella notte, sulla celebre slitta magica, conducendolo fino in America. Trasferta apparentemente ordinaria nel corso della quale, però, non troverà nel salotto di una ricca casa la biada per le ormai stremate “renne all’arrabbiata” (ulteriore facezia, pardon, suggeritami tempo addietro da un caro amico), bensì pane (e biscotti) per i suoi denti. Denti da predatore. Già, perché messo alle strette da una situazione sfuggitagli all’improvviso di mano, l’insolito Santa Claus rivelerà origini poco sante e molto guerriere; difatti in età norrena non era un pacioso distributore di doni ma un vero proprio dispensatore di morte, assieme al proprio inseparabile martello schiacciateste!
Comunque, alla faccia di qualsiasi “buonismo” di facciata, la morale della pepata dark comedy natalizia è che un simile personaggio, dal passato a dir poco oscuro, possa poi redimersi ponendo al servizio di una giusta causa proprio quei trascorsi, visto che le sue antiche doti da combattente verranno repentinamente riciclate per portare in salvo una famigliola innocente (e in particolare la bimbetta ancora capace di credere in lui) sequestrata da spietati, inarrestabili, ferocissimi criminali.

Sangue e neve, sono gli assi cartesiani del norvegese Tommy Wirkola. Sin dall’aurorale Dead Snow. E sommando la sua esperienza a quella di altri cineasti scandinavi (vedi il finnico Jalmari Helander, col suo orrorifico Rare Exports: A Christmas Tale), pare che a certe latitudini ironizzare sfacciatamente sullo spirito natalizio sia quasi uno sport nazionale. In questa sua trasferta nordamericana, Violent Night, Wirkola si è potuto divertire con un’ampia galleria di personaggi, evidenziando peraltro qualche felice scelta di casting: tra tutti restano particolarmente impressi il protagonista David Harbour (direttamente da Stranger Things), un Babbo Natale in chiaroscuro dalle uscite veramente irresistibili, ed il complessato villain Mr. Scrooge magistralmente interpretato da John Leguizamo. Tra scene d’azione che marcano indelebilmente la natura pulp del racconto e impeccabili toni da commedia nera, genialata vera resta in ogni caso l’aver riecheggiato (e citato spudoratamente, come è solito fare Wirkola) il cult movie Mamma ho perso l’aereo, attraverso un susseguirsi di trovate da leccarsi i baffi.

Stefano Coccia

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