Un foglio bianco

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7.0 Awesome
  • voto 7,5

La libertà scritta sullo schermo

«Il nostro futuro è nella ricerca delle origini e io
penso che in questa ricerca l’Africa salverà noi e
non viceversa, perché ci farà conoscere e ci
riporterà al punto delle origini. Se abbiamo
bisogno di aiuto chiediamolo a loro»
– Ermanno Olmi –

Capita spesso che l’allievo arrivato ad un determinato punto del proprio percorso professionale ed umano, scelga di omaggiare il maestro, colui che alimenta con la linfa vitale quell’humus acerbo che ci spinge verso una passione. E’ toccante quando questo omaggio si realizza mettendo in campo proprio quegli strumenti e quegli sguardi acquisiti dal maestro. Come regalo per i suoi 80 anni – e forse anche per il bentornato al cinema (Ermanno Olmi aveva affermato che Centochiodi (2007) sarebbe stato il suo ultimo film) – Maurizio Zaccaro sceglie di girare un film-documentario, Un foglio bianco, seguendo passo passo la lavorazione de Il villaggio di cartone di E. Olmi. Il film di Zaccaro riesce ad essere un preambolo (o prosecuzione a seconda dell’ottica) dell’apologo di Olmi, ma allo stesso tempo si rivela come un lungometraggio a sé. Potremmo letteralmente dire che in campo c’è una macchina da presa, “invisibile”, guidata acutamente da una persona familiare, tanto da essere accettata nonostante la riservatezza del maestro.
La prima inquadratura quasi si fonde simbolicamente con l’ultima de Il villaggio di cartone, un ingresso in scena evocativo per far posto agli “appunti” sul film di E. Olmi.  Disegni, piante delle location, campi-controcampo che coesistono in un incontro.
Un foglio bianco palesa ad ogni fotogramma che si sussegue un montaggio attento (Dario Indelicato) guidato da un’idea registica ben precisa: mettere nero su bianco il farsi della poetica di Olmi nella sua artigianalità, tecnica e umana. Il film di Zaccaro sembra rispondere alla legge: dal particolare all’universale perché anche se è stato girato in occasione delle riprese de Il villaggio di cartone la mano del regista-maestro è inconfondibile. Colpisce vedere come uno dei maestri della cinematografia italiana rifinisca col pennello il Cristo senza demandare esclusivamente alle maestranze, avendo coscienza dell’importanza del suo occhio anche nel lavoro tecnico. E’ nella parte dei casting che i segreti del mestiere emergono con maggiore potenza perché la chiave non è essere meccanici, ma sapere di essere delle persone, gli uni di fronte all’altro. Qui capita un episodio simpatico, emblematico della semplicità con cui un maestro si pone, il dialogo tra l’attore (coloro che interpretano gli immigranti sono al loro debutto) e il regista. “E come si chiama?” “Olmi, come gli alberi…” “Uhmm, e di cosa si occupa?” “Di fare questo film…”.
Un foglio bianco si fa scrivere  dall’impronta di un artista che segue i suoi attori giorno dopo giorno, capendo ogni giorno qualcosa in più con loro; basta un pensiero, un’intenzione che corre lungo quei silenzi e quelle parole per dar corpo ai personaggi di un film non realista ed iperconcreto. Sembra un lusso per noi spettatori viaggiare nel lavoro che sottende un film presi per mano da allievo e maestro, Un foglio bianco ci regala questa possibilità, soprattutto, andando oltre lo specifico film(ico), si addentra in quello che è il cammino simbolico intrapreso da Olmi. Un maestro che preserva la semplicità per approdare al simbolico che si – e ci – libera delle sovrastrutture socio-culturali. Con vigore, Ermanno Olmi rivendica la sua libertà e questo forse è il monito più importante che può lasciare al suo allievo, Maurizio Zaccaro (formatosi a Ipotesi cinema, ideato da E. Olmi e Paolo Valmarana), e a noi tutti. «A ottant’anni non ho nemmeno più bisogno di una sceneggiatura per girare, voglio sentirmi libero, anche di cambiare le cose all’improvviso, essere cioè un foglio bianco da riempire lì, in quel momento».

Maria Lucia Tangorra

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