Un divano a Tunisi

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Commedia sulla moderna società nel mondo arabo

Invece che emigrare dalla Tunisia verso l’Europa, Selma Derwich (l’iraniana Golshifteh Farahani), fa l’esatto contrario e torna dalla Francia nella sua città natale con l’intento, assai strano, di aprire uno studio per la psicanalisi persino fornito dell’iconico divano cui si riferisce il titolo. Deve ovviamente scontrarsi con un paese dalle abitudini molto diverse dalle sue, ancora indeciso su quale strada intraprendere dopo la rivoluzione di alcuni anni fa. Le dfficoltà sono di vario genere e non tardano a manifestarsi: le resistenze della mentalità araba e conservatrice, un’idea non molto precisa del lavoro della psicologa, la burocrazia caotica e l’organizzazione statale che lascia molto a desiderare. Eppure, mentre viene osservata con curiosità (se non preoccupazione) dal resto della cittadinanza, Selma va avanti per la sua strada convinta della sua missione e desiderosa di ritagliarsi un ruolo nella rinascita del suo paese. Un paese però che, nonostante i timidi ma incoraggianti segnali, deve per ora fare molta strada, considerata la fatica che fanno le donne ad emanciparsi, la notevole impreparazione delle forze di polizia e le perduranti abitudini di cercare raccomandazioni e scappatoie. E’ necessario sforzarsi per credere nel futuro, un’impresa che può fiaccare anche il coriaceo e indipendente spirito della psicologa venuta da Parigi. Assieme alla protagonista, sembra crederci anche il poliziotto Naim (Majd Mastoura) che, seppure stanco del caos e dell’approssimazione che lo circonda, insiste nel cercare di fare il proprio lavoro e nel credere di poter cambiare la testa di colleghi e cittadini. I due, nonostante le reciproche incomprensioni, scoprono comunque di remare insieme sulla stessa barca, avendo come scopo finale una modernizzazione e un cambiamento della Tunisia, obiettivo cui cercano di dare il loro convinto impegno quotidiano, tanto modesto quanto sincero.
Primo lungometraggio della regista franco-tunisina Manele Labidi Labbé Un divano a Tunisi, premiato dal pubblico alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, si avvale di bravi attori e di ottimi comprimari, capaci ognuno di regalare figure spassose, malinconiche e a tratti caricaturali. Su tutti spiccano la parrucchiera Baya (Feryel Chammari), una donna apparentemente libera e occidentalizzata, ma ancora in cerca della reale felicità, il depresso imam (Jamel Sassi) emarginato dagli ambienti religiosi e il fornaio Raouf (Hichem Yacoubi), quasi pazzo al pensiero di accettare la sua omosessualità. Per non parlare della cugina Olfa (Aïsha Ben Miled), vero simbolo del profondo desiderio di fuga di quei giovani che ormai, a differenza di Selma, giudicano la Tunisia irrecuperabile e destinata a un oscuro fallimento. In questo variopinto affresco, ognuno pian piano riesce a guadagnare qualcosa dalla positività di Selma, influenzato e cambiato dalla sua idea di credere nel paese mentre, paradossalmente, è proprio lei che tra mille angustie sembra smarrire la bussola, forse salvata dall’apparizione di Freud in persona, suo amato, odiato (ed ebreo!) punto di riferimento esistenziale. Non tutto funziona alla perfezione in questa pellicola. L’esilerante caratterizzazione dei personaggi, che sfiora spesso il macchiettistico, le intelligenti scene al limite del surreale e la brillante recitazione di tutti, si logorano man mano che la storia procede. La critica sociale, per niente velata, perde di efficacia durante la narrazione che, soprattutto nel finale, ogni tanto perde il filo e anche il ritmo frizzante della prima parte. Ci resta un film comunque originale che, nella sua assoluta leggerezza, fa riflettere sulla situazione attuale che vive il nord Africa, tra nostalgie del passato, sconforto per il presente e una molto tenue speranza per un futuro che tarda ad arrivare.

Massimo Brigandì

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