Un altro giro

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6.0 Awesome
  • voto 6

Dogma alcolico

In un’ideale filmografia inerente l’alcolismo e ciò che vi gravita intorno, ecco che si infila prepotentemente nei primi posti Un altro giro (Drük, 2020) di Thomas Vinterberg, pellicola che ha inaugurato il festival #Cineuropa34, e precedentemente era passato alla Festa del cinema di Roma 2020. Tante pellicole hanno affrontato il tema dell’etilismo, mettendolo in scena con accenti drammatici oppure con atteggiamenti da commedia; e ugualmente il tema poteva essere il perno della narrazione o solo una storia secondaria di un personaggio secondario. Quel che è certo è che Un altro giro, in un paio di scene, fa tornare in mente due pellicole, che mostrano l’alcolismo di sguincio: Mariti (Husbands, 1970) di John Cassavetes, in cui tre amici di mezza età prendono una sbronza colossale e poi vanno a zonzo per la città; ed Easy Rider – Libertà e paura (Easy Rider, 1969) di Dennis Hopper, quando il giovane avvocato beone George Hanson (Jack Nicholson) beve un corposo sorso di whisky e poi sbatte il braccio destro come fosse un’aletta, pronunciando «Nik nik nik». Connessioni probabilmente casuali, ma riscontrabili nella pellicola di Vinterberg nel gruppetto di amici di mezza età che a un tratto, ubriachi fradici, mettono scompiglio nella cittadina in cui vivono, e nel momento in cui Nicolaj (Magnus Millang) beve una bella sorsata e poi sbatte le braccia come fosse un uccellino.

Tornerebbe alla mente, restando nell’ambito cinefilo, anche L’ultimo bicchiere (Last Orders, 2001) di Fred Schipisi, in cui tre amici, per commemorare l’amico scomparso, ad ogni pub fanno un altro giro di bevute in sua memoria. Ma fatta questa ricognizione cinefila/alcolica nel passato, Un altro giro ha altre ambizioni e altre finalità. Se la distribuzione internazionale, tra cui l’Italia, ha prediletto un titolo più mansueto, l’originale sottolinea l’atto perentorio di bere, ossia sbronzarsi. Già l’incipit, in cui vediamo frotte di giovani danesi che fanno vere e proprie competizioni alcoliche per la semplice gioia di spassarsela euforicamente, segna la rotta della storia, ossia mirare a quell’idiozia che può far sentire bene. Sceneggiato da Vinterberg e Tobias Lindholm, la storia trae spunto dalla teoria dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, che ritiene che nel sangue dovrebbe esserci sempre un 0,5% di alcol, perché è la gradazione giusta per poter gestire bene la propria esistenza sociale. Su questa ipotesi scientifica, probabilmente divulgata provocatoriamente, gli autori imbastiscono il loro sarcastico pungolo, mettendo in immagini (come se la stessero sperimentando nel mondo reale) quello che accadrebbe se si seguisse metodicamente quell’idea. I toni della pellicola sono prettamente da commedia, senza vere provocazioni visive (se non nel tema), ma anche il dramma fa inevitabilmente capolino, tra l’altro nel modo più classico, essendo, dopotutto, la storia di quattro uomini di mezza età afflitti dal tempo che scorre e nel vivere un’esistenza grigia. Ma al di là della tematica, e dei probabili riferimenti ad altre pellicole, Un altro giro, al netto dei difetti, tra cui un umorismo fintamente caustico, è interessante a livello visivo, perché Vinterberg sembra riprendere lo stile che lui e Von Trier avevano vergato per il Dogma95, ossia evitare l’utilizzo di ogni artifizio tecnico. Un altro giro è realizzato in video con ampio utilizzo della macchina a mano e poco attenzione nei confronti delle sfocature. Un recupero dettato non tanto per nostalgia, ma per rendere più vivo e provocatorio il racconto.

Roberto Baldassarre

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