Transformers – L’ultimo cavaliere

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5.0 Awesome
  • VOTO 5

A spasso nel tempo

Al cinema di Michael Bay si possono rimproverare tante cose, volendo anche tutto, ma un piccolo merito deve pur essergli riconosciuto: aver dotato la saga dei Transformers di una specie di codificazione linguistica propria, seppur dagli orizzonti un po’ miseri, ripetitivi. Fateci caso. Ci sono elementi che ricorrono di film in film in maniera costante, ossessiva, dando vita così a un universo semantico magari povero, ma dai tratti bene o male riconoscibili. Ci sono ad esempio i “discorsi della corona” di Optimus Prime, magniloquenti e infarciti di autocitazioni (del resto i nostri eroici alieni sono in parte automobili: è normale che siano auto-referenziali e si auto-citino), collocati principalmente all’inizio e alla fine di ogni capitolo. Gli eroi umani beneficiano invece di curiose, sghembe inquadrature dal basso verso l’alto, nei momenti topici, che sembrano rimarcarne la specificità del ruolo. Tranne poi qualche racchia inserita nel racconto tanto per essere sbeffeggiata, i personaggi femminili sono perlopiù sventole con una “carrozzeria” (termine anche qui non casuale) invidiabile, che tendono a comportarsi da oche giulive. D’altro canto gli stessi Autobot, con la vistosa eccezione del già menzionato leader Optimus Prime, si relazionano tra loro attraverso battute da spacconi e un umorismo degno delle scuole medie. Tutte le volte che i Tranformers, nel corso di forsennati inseguimenti su strada, rischiano di impattare un ostacolo e in quel momento hanno uomini a bordo, prima li espellono, poi si trasformano al ralenti e alla fine li riprendono in volo, ricollocandoli sani e salvi ai rispettivi posti. Ogni tanto si spara qualche citazione a casaccio di Star Trek. “Last but not least”, le battaglie finali tra Autobot, Decepticon, umani ed altri occasionali belligeranti occupano una parte consistente di ciascun lungometraggio, rivelando una certa tendenza alla prolissità.

Ecco, se queste possono essere considerate le coordinate di base, nel quinto capitolo – che si intitola per l’appunto Transformers: L’ultimo cavaliere – alcuni difetti paiono addirittura amplificati, almeno rispetto a episodi come Transformers 3 (quello in cui Chicago veniva praticamente rasa al suolo, per intenderci), dotato di una sua linea narrativa un po’ più incalzante e motivata; mentre l’impressione è che qui Michael Bay voglia cavalcare la via di un “postmoderno” ancora più disinibito, fracassone, sgangherato. L’incipit del lungometraggio è in tal senso emblematico. Si fa un salto indietro nel tempo e si torna al quinto secolo dell’Era Volgare, con una scanzonata rilettura del mito di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, arricchita ovviamente da presenze robotiche e da un improbabile Merlino ben poco magico, ma col vizietto dell’alcol. Roba di una demenzialità alquanto posticcia. Questo dovrebbe già suggerire la china pericolosa che la saga sta percorrendo, anche se in realtà le successive scenette di alleggerimento (specie quelle che fanno perno sulla classe di Anthony Hopkins, nei panni di un eccentrico Lord inglese, e sul suo servitore robotico) restano forse la parte più godibile…
Per il resto si intrecciano fin troppe storie, dando luogo a un gran guazzabuglio. Da un lato, dopo la battaglia di Hong Kong raccontata in Transformers 4 – L’era dell’estinzione, sia gli Autobot che altri metallici alieni vengono braccati da un’organizzazione militare il cui scopo è sterminare tutti i Transformers, indipendentemente dalla fazione di riferimento. Nel frattempo Optimus Prime, che era tornato nel suo mondo alla ricerca di ipotetici “creatori” (un segmento, questo, che sembra quasi scimmiottare Prometheus di Ridley Scott), si è imbattuto e si è fatto plagiare dalla potentissima Quintessa, determinata a sua volta ad invadere la Terra. Nuove minacce incombono quindi sul pianeta, precarie alleanze si creano, mentre i personaggi interpretati da Mark Wahlberg e Stanley Tucci tornano prepotentemente alla ribalta, ed il prologo ambientato ai tempi di Re Artù e dei Britanni si rivelerà funzionale a un bizzarro collegamento tra quell’era remota e fatti più recenti. Tutto più o meno “tollerabile” senza risultare mai veramente appassionante, almeno fino allo scontro finale in quel di Stonehenge, la cui dilatazione temporale (già individuata quale topos di una saga, destinata peraltro ad arricchirsi di altri capitoli) risulta nella fattispecie oltremodo eccessiva.

Stefano Coccia

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