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Transformers – Il risveglio

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VOTO: 6

Le chiavi di casa

Gli amanti dei celebri robottoni di casa Hasbro saranno sicuramente al settimo cielo ora che Transformers – Il risveglio è finalmente uscito nelle sale. Settimo come il numero di capitoli che vanno ad oggi a comporre la saga cinematografica inaugurata sedici anni fa da Michael Bay, che porterà a cinque il suo contributo alla causa firmando la regia dei successivi atti, compreso Transformers – L’ultimo cavaliere, prima che Travis Knight ne raccogliesse il testimone nel 2018 portando sugli schermi il prequel e al contempo spin-off Bumblebee. Ed è esattamente tra quest’ultimo film e quelli di Bay che il nuovo tassello del franchise affidato a Steven Caple Jr. si va a collocare. Il ché tecnicamente fa di Transformers – Il risveglio un sequel di Bumblebee e un prequel degli altri cinque capitoli. La timeline vede infatti la pellicola in questione piazzarsi nel mezzo, inaugurando un nuovo filone di storie che si svolgono prima degli eventi del 2007.
Riavvolgiamo dunque le lancette e di molto sino a tornare nella New York degli anni Novanta per assistere a un’epica avventura in giro per il mondo, dove ritroveremo gli Autobot e una nuova generazione di Transformer, i Maximal, che prendere parte all’eterna battaglia sulla Terra tra Autobot e Decepticon. Battaglia che vedrà il terreno di scontro estendersi dalle strade della Grande Mela sino al Perù, per la precisione ai ruderi di Machu Picchu. Qui si consumeranno gli scontri tra le due storiche fazioni, con quella del bene appoggiata anche in questa occasione da umani: Noah ed Elena, rispettivamente un ex militare mago dell’elettronica disoccupato e una stagista del museo di Ellis Island con un bagaglio impressionante di conoscenze archeologiche. La posta in gioco è come al solito altissima: da una parte la difesa della Terra da chi se ne vuole impossessare, vale a dire Primus, conosciuto come il Dio Oscuro, dall’altra la possibilità per gli Autobot guidati dal grande Optimus Prime di venire in possesso di una chiave capace di aprire un portale spazio-temporale in grado di riportali sul loro pianeta.
Insomma, tra vecchie e nuove conoscenze si torna a combattere a tutto campo, con gli scontri a fuoco e i duelli corpo a corpo che restano il baricentro intorno al quale va esaurendosi nelle due ore a disposizione (record in ribasso rispetto alle durate fiume dei precedenti capitoli) quella esile bozza di trama firmata da Joby Harold, Darnell Metayer e Josh Peters. Ci sono volute la bellezza di tre menti e sei braccia per concepire un plot che non di diversifica per niente da quelli del passato, poiché anche cambiando gli addendi il risultato è rimasto pressoché invariato. I personaggi, umani e non, restano delle pedine di una partita che si ripete da sedici anni a questa parte e che probabilmente resterà tale anche nel prossimo di Transformers One (atteso nel 2024). Motivo per cui non c’è alcuna novità sul fronte narrativo e drammaturgico. Il ché dovrebbe smorzare sul nascere qualsiasi aspettativa in tal senso da parte di coloro che vedevano nella messa in piedi di un prequel un’inversione di rotta, o quantomeno un upgrade nella scrittura. Questa resta dunque basic, scarnificata, ridotta ai minimi termini, senza guizzi creativi se non le solite battute ironiche piazzate qua e là per strappare qualche sorriso e stemperare il dramma dettato da un susseguirsi di battaglie in cui si contano perdite su entrami i fronti. Quel poco che si racconta viene dunque completamente messo al servizio della componente visiva, che si sa essere il piatto forte del menù.
A restare più o meno invariate invece sono la confezione e lo spettacolo, con l’apporto tecnico che ha saputo offrire sin dagli esordi della saga attraverso effetti speciali roboanti e scene d’azione di forte impatto dare un contributo determinante. Anche in Transformers – Il risveglio la musica non cambia, con scene spettacolari come le battaglie dentro e fuori dal museo o in Perù che valgono il prezzo del biglietto. Su tale versante il lavoro dietro la macchina da presa di Steven Caple Jr., qui alla sua terza esperienza in un lungometraggio dopo quelle in The Land e Creed II, si allinea agli standard qualitativi e coinvolgenti dei suoi predecessori, anche se l’iper-cinetica impressa alle immagini da Bay ai capitoli da lui diretti è ben altra cosa. Ciò determina un dosaggio di adrenalina nettamente inferiore.

Francesco Del Grosso

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