Town of Glory

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Dopo… niente è più lo stesso

Forte treno impaziente treno dritto sulla giusta via sei arrivato.
Ad ogni passo baci i miei stivali, terra mia, ti riconosco.
Possente terra come ti invocavo
nei primi giorni in cui tuonava il cannone.
Montagne che fermate il mio respiro, siete sagge come allora?
Lascia il fucile la mia spalla e cade giù la gloria, gloria,
e torna l’uomo con la sua stanchezza infinita.
BMS, “Dopo… niente è più lo stesso”

Contrariamente agli Stormy Six, che con la cruda ma inequivocabilmente celebrativa Stalingrado avrebbero poi riaffermato nelle piazze e vieppiù a qualche Festa dell’Unità certi toni trionfalistici, un’altra raffinata prog band come il Banco del Mutuo Soccorso aveva ripreso in mano la retorica della vittoria sovietica nel secondo conflitto mondiale, facendone altresì riemergere tutta l’aura tragica, l’immane carico di sofferenze che il popolo russo assieme ad altri popoli si era dovuto sobbarcare. Ne era uscito fuori l’epos dolente e profondamente umano di Dopo… niente è più lo stesso, brano eclettico e meraviglioso inserito in quell’album, Io sono nato libero, composto esclusivamente da gemme. Certi versi affidati alla voce straordinaria di Francesco Di Giacomo generano ancora adesso qualche brivido: “T’ho amata donna e parleranno ancora i nostri ventri. / Ma come è debole l’abbraccio in questo incontro. / Cosa ho vinto, dov’è che ho vinto / quando io vedo che, vedo che niente è più lo stesso, ora è tutto diverso. / Perdio! Ma che cos’è successo di così devastante a Stalingrado?

Tale “intro” (per restare in ambito musicale) è giustificata dal fatto che durante la 32° edizione del Trieste Film Festival abbiamo scoperto un vibrante documentario, in grado di sondare terreni simili e produrre, sull’argomento, riflessioni parimenti forti: trattasi del russo Town of Glory. E siamo lieti di constatare che deve essersene accorto anche il pubblico, mediamente colto e sensibile, di questo festival. I film dei tre concorsi sono stati infatti “giudicati” anche dagli accreditati online, che hanno seguito il festival su MYmovies e con il loro voto hanno decretato i vincitori dei Premi del Pubblico. Miglior Lungometraggio: Father di Srdan Golubovic; Miglior Cortometraggio: Love is Just a Death Away di Bára Anna Stejskalová; e per l’appunto Town of Glory di Dmitrij Bogoljubov, quale Miglior Documentario.

Tale lavoro ritrae la cittadina di El’nja, nell’estremità occidentale della Federazione Russa, presentandola quale luogo dove la vita si trascina stancamente tra una routine non particolarmente elettrizzante e i tanti problemi, dati dalla crescente disoccupazione. Le fabbriche chiudono una dopo l’altra e la gente comincia a emigrare verso centri più grandi. Tuttavia vi è ancora un motivo d’orgoglio per gli abitanti della fondamentalmente grigia località, un sentimento fortissimo persino tra gli scolari più giovani: le grandi celebrazioni per il trionfo sovietico sul nazifascismo, ossia la vittoria nella Grande Guerra Patriottica. Difatti, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale il cinico Stalin volle fare di questa città un simbolo, riuscendo per breve tempo a liberarla dagli invasori, pur col consueto, enorme sacrificio di vite umane. Con notevole sensibilità il documentarista Dmitrij Bogoljubov ha seguito, per ben tre anni, le traiettorie di due persone del posto, animate da sincero patriottismo, e delle loro famiglie. Da un lato la deliziosa Maša, adolescente che a scuola o in appositi raduni è solita commemorare le date più significative del periodo bellico, intonando vecchie canzoni in onore dei caduti o scrivendo poesie indirizzate ai più piccoli, affinché imparino anche loro quelle pagine di Storia; e quale controcampo dell’intenso confronto generazionale, fa capolino Sergej, uomo di una certa età impegnato nel recupero di materiale bellico dai campi di battaglia e nella riesumazione dei poveri resti di combattenti russi, cercati ancora oggi tra paludi e foreste.

Restituendoci rispettosamente il loro carattere generoso, finanche infervorato, riprendendo le così sentite commemorazioni pur facendo emergere un quadro sociale più ampio e frastagliato, non lesinando al contempo qualche amara obiezione al talora meccanico passaggio di consegne, per cui alla retorica sovietica si è facilmente sostituito l’acritico consenso per Putin, il regista ha saputo centrare le contraddizioni di questo angolo di mondo senza perdere di vista l’umanità dei personaggi. Non è poco. Perché per contrastare la retorica di Stato o di Partito, occorre innanzitutto una visione chiara, coerente e strutturata dell’etica e della memoria storica.

Stefano Coccia

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