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Totem – Il mio sole

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VOTO: 7.5

Rituali

Il dolore della perdita e la preparazione a essa. Antichi rituali e tradizioni famigliari atte a far sentire tutti meno soli. Un’infanzia tutta da vivere e la necessità di diventare adulti prima del tempo. La giovane regista messicana Lila Avilés ha messo in scena tutto ciò nel suo secondo lungometraggio, Totem, presentato in anteprima mondiale, in concorso, alla 73° edizione del Festival di Berlino. Grande, magnetica protagonista della pellicola, nonché vera e propria rivelazione: la piccola Naíma Senties.

Naíma Senties, dunque, ha impersonato per l’occasione Sol, una bambina vivace e introversa allo stesso tempo, recatasi insieme alla mamma a casa di suo nonno e che si accinge a festeggiare il compleanno di suo papà. Quest’ultimo, purtroppo, è gravemente malato e a stento riesce a prepararsi per la festa. Nel frattempo, le zie e i cugini della bambina sono intenti nei frenetici preparativi. E, così, questa grande e numerosa famiglia – capitanata dal nonno, psicologo appassionato di bonsai – ci colpisce immediatamente con tutta la sua potenza emotiva e visiva.
Già, perché, di fatto, in Totem la regista ha puntato innanzitutto a sottolineare l’importanza dei legami, delle tradizioni, la sacralità di ogni qualsivoglia rituale, sia che si tratti, appunto, di una festa di compleanno, che di una “cerimonia d’addio”. La macchina da presa – usata costantemente a mano – è incredibilmente vicina ai suoi protagonisti e, al contempo, non ci mostra praticamente mai gli ambienti nella loro interezza. Una santona che si aggira per la casa rischiando, con i suoi bizzarri rituali, di dare fuoco allo studio del nonno; la necessità di avere il bagno libero per poter risciacquare in tempo la tintura per capelli; oggetti fatti cadere accidentalmente e sorsi furtivi da una bottiglia di vino in cantina. Totem sottolinea la preziosità di ogni singolo gesto e di ogni singolo elemento, conferendo alla normale quotidianità quasi un’aura di sacralità.
Lila Avilés è attenta a ogni più piccolo dettaglio e fa in modo che tutto ci venga mostrato quasi esclusivamente attraverso la prospettiva della giovane Sol. A lei, la macchina da presa dedica intensi primi piani, sia nei momenti di riflessione in solitaria – quando la malinconia bussa alla porta – sia quando è intenta a giocare con la cuginetta o a scherzare con sua mamma in un bagno pubblico.
Non c’è bisogno di particolari filtri o effetti speciali per trasmettere al pubblico ciò che la regista ha voluto mettere in scena in questo piccolo e prezioso Totem. La realtà ci viene mostrata così com’è, mettendo innanzitutto l’essere umano al primo posto. L’approccio più semplice e diretto si è rivelato, dunque, la giusta soluzione. Vivace, variopinto, incredibilmente vivo e pulsante, questo secondo lungometraggio di Lila Avilés si distingue immediatamente per la sua sincerità e per la sua genuinità di intenti. E nel trasmetterci un messaggio di speranza, non esita, al contempo, a inferirci pesanti scossoni emotivi.

Marina Pavido

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