Toglimi un dubbio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Belli di papà

C’è chi afferma che i figli sono di chi li cresce. Verissimo. Eppure, cosa accadrebbe se, ormai in età adulta, si dovesse venire a conoscenza del fatto che i nostri genitori naturali non sono, in realtà, quelli che ci hanno cresciuto? La cosa, senza ombra di dubbio, sconvolgerebbe l’esistenza di chiunque. Persino dei più cinici. Un tema, questo, talmente complesso e a suo modo affascinante da aver catturato l’attenzione di numerosi cineasti di tutto il mondo. Ora, a essere onesti, se si vuol pensare a un recente lungometraggio che tratti il tema della vera e della presunta paternità, immediatamente ci viene da pensare al bellissimo Father and Son, realizzato nel 2013 da Hirokazu Kore’eda. Chiaramente, però, non è sempre facile mantenersi su livelli del genere. Eppure, se dal Giappone ci spostiamo in Europa (e in particolare in Francia e in Belgio), ecco che ci troviamo di fronte a un lavoro fresco fresco di giornata, incentrato proprio sul sopracitato tema. Stiamo parlando di Toglimi un dubbio, delicata commedia diretta dalla regista e sceneggiatrice Carine Tardieu, la quale, appunto, ha voluto raccontarci le surreali vicende di Erwan, artificiere ultra-quarantenne in procinto di diventare nonno (sua figlia aspetta un bambino da un padre sconosciuto), il quale, per una pura coincidenza, scopre che l’uomo con il quale è cresciuto non è il suo padre naturale. Una volta venuto a conoscenza dell’identità del suo vero genitore, tuttavia, le cose si complicheranno ulteriormente dopo l’incontro con l’affascinante Anna, della quale Erwan si innamorerà, ma che potrebbe essere addirittura una sua sorellastra.
Una serie di eventi inaspettati, dunque, che, uno dopo l’altro, sconvolgeranno completamente l’esistenza del nostro protagonista e che, tutti insieme, convergeranno in una vera e propria apologia dei buoni sentimenti. A supporto di ciò, una sceneggiatura robusta e pulita (d’altronde, specialità della nostra cineasta), che vede personaggi umani e rapporti dai fragili equilibri presentarsi sul grande schermo in maniera del tutto naturale, scorrendo via e intrecciandosi con una grazia e una naturalezza pari quasi al “Girotondo” schnitzleriano.
Un risultato finale piuttosto interessante, dunque. Interessante soprattutto grazie alla caratterizzazione mai scontata dei personaggi e alla loro ottima personificazione (sempre bravi Cécile De France e François Damiens nel ruolo di Anna ed Erwan, così come un’interessante sorpresa si è rivelato il giovane David Boring, nel ruolo dell’imbranato stagista Didier). Non vuole dare risposte definitive in merito, la nostra Carine Tardieu. Non vuole dare risposte definitive, né tantomeno vuol ricorrere a una tanto scontata quanto pericolosa retorica. Ed ecco che, man mano che ci si avvicina al finale, vengono appena accennati potenziali sviluppi di determinate situazioni o, comunque, si tende a portare lo spettatore a riflettere sul reale ruolo di personaggi considerati inizialmente marginali (chi è, in realtà, ad esempio, l’anziana paziente di Anna?). Molte porte vengono lasciate volutamente aperte senza che, tuttavia, si avverta la reale esigenza di chiuderle.
Un lungometraggio fresco e delicato che va giù come un bicchiere d’acqua, questo della Tardieu. Ben riuscito nel complesso, ma che, nel suo piccolo, poco, purtroppo, riesce a spiccare all’interno di un panorama cinematografico ricco e variegato come quello francese. Fortunatamente, però, possiamo affermare a gran voce che non si tratta affatto della solita commediola senza nerbo né idee forti. E questo, indubbiamente, è già qualcosa.
Ultima considerazione: la scelta di Mozart – e, nello specifico, di alcuni brani tratti da “Il Flauto Magico” – come commento musicale, non ha fatto altro che impreziosire il tutto, aggiungendo un plusvalore alla messa in scena stessa. Facile come soluzione, no? Certo, facile, ma mai così scontata, in realtà.

Marina Pavido

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