Todo lo demás

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Violenta tranquillità

Vi sono tanti modi per rappresentare la violenza. Essa, talvolta, può essere rappresentata, ad esempio, senza necessariamente essere mostrata, come ha affermato Hannah Arendt. E, di fatto, questa sua teoria è stata acquisita – secondo sua stessa ammissione – dalla giovane regista, documentarista e montatrice messicana Natalia Almada, la quale – all’interno della Selezione Ufficiale dell’11° Festa del Cinema di Roma – ha presentato il suo primo lungometraggio di finzione: Todo lo demás. È in questa occasione, appunto, che vediamo rappresentata la violenza in una delle sue forme più subdole e silenti possibili: la violenza a cui siamo quotidianamente soggetti da parte della burocrazia e del mondo del lavoro, che quasi ci fanno dimenticare di essere esseri umani.
Doña Flor è una donna sola. Da molti, moltissimi anni vive a Città del Messico insieme al suo gatto, unica, vera compagnia. La sua vita è scandita da ripetitive abitudini e ritmi ben definiti. Ella lavora come impiegata statale e, ogni giorno, ha a che fare con centinaia di clienti per rinnovare loro i documenti di identità. Il suo equilibrio, però, sembra crollare nel momento in cui – appena svegliatasi per andare in ufficio – scopre che il suo gatto è morto improvvisamente.
Non è semplice rappresentare il reale. Partiamo da questo presupposto. Nel corso degli anni, tuttavia, esso è stato messo in scena nei modi più disparati. Da rappresentazioni più che riuscite (non serve neanche portare ad esempio, a questo proposito, il Neorealismo italiano), fino a totali disastri. Tutto sta nel trovare una chiave appropriata ed un proprio stile. E Natalia Almada, possiamo dirlo forte, in questo è riuscita benissimo.
Fin dai primi minuti, infatti, colpiscono le sue particolari scelte registiche, fatte di inquadrature esclusivamente a camera fissa con una suddivisione del quadro simmetrica e meticolosa, in cui, spesso e volentieri, vediamo determinati oggetti di uso quotidiano in primo piano e dettagli di vario genere: fogli di quaderno, penne, biancheria intima all’interno di un cassetto, ma anche mani e, soprattutto, gambe dal polpaccio in giù, le quali, a loro volta, mal celano ricordi cinefili di bressoniana memoria. Persino il montaggio colpisce per il suo particolare stile: frequenti, infatti, sono stacchi netti – sia sonori che visivi – segno, appunto, di eccessiva rigidità da parte della protagonista. Il tutto viene contornato da una fotografia dai colori tenui, quasi pastello, che sta ad indicare una tranquillità talmente marcata da trasmettere un senso di sicurezza e – allo stesso tempo – da sembrare innaturale, quasi forzata. Una tranquillità in cui la protagonista si è rifugiata per la paura di mettersi realmente in gioco, quasi annientata dal proprio lavoro. In poche parole, una messa in scena indovinata e visivamente accattivante, che sta a rendere perfettamente l’idea di come sia il mondo interiore della donna (a sua volta magistralmente interpretata dalla brava Adriana Barraza).
Doña Flor, di fatto, ha sempre tentato di soffocare le sue emozioni. Non ha mai corso dei rischi. Si potrebbe addirittura affermare che sia diventata un tutt’uno con il suo lavoro, il quale – a sua volta – può diventare anche pericolosamente alienante. Come, di fatto, avviene in questo caso. Eppure il suo inconscio e quel naturale bisogno di lasciarsi andare prima o poi faranno capolino. Ciò, appunto, accade in seguito alla morte del gatto, ma si verifica spesso anche nell’unico momento della giornata in cui la protagonista si lascia andare, ossia durante il sonno notturno. Ed ecco che, finalmente, entra in scena l’acqua. L’acqua come origine della vita, come strumento di liberazione e come luogo in cui tutti ci sentiamo noi stessi. E soltanto dopo lo shock subito e dopo un lieve terremoto, Doña Flor, la quale ogni notte sogna di nuotare in un’enorme piscina, presa coscienza delle sue paure e dei freni da lei stessa posti nella sua vita, proprio attraverso l’acqua (nello specifico, tentando di imparare a nuotare) troverà un possibile mezzo per lasciarsi finalmente andare.
In poche parole, Todo lo demás si è rivelato una bella quanto inaspettata sorpresa. L’unica accusa che, forse, gli si potrebbe muovere è quella di passare quasi inosservato – ad una prima, sommaria visione – all’interno del panorama cinematografico contemporaneo riguardante l’area sudamericana nello specifico. Eppure – come spesso è spesso accaduto alla Festa del Cinema di Roma – si tratta di un’opera che – pur non saltando subito agli occhi – si è invece rivelata un piccolo, prezioso gioiello, che, si spera, possa ottenere l’attenzione che merita.

Marina Pavido

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