They Talk

0
2.0 Awesome
  • voto 2

Un assurdo e sconclusionato film senza né capo né coda

In un imprecisato luogo degli Stati Uniti, una sgangherata troupe cerca di realizzare un documentario a basso costo. La conduttrice del programma è Laura (Margaux Billard) e la vediamo spiegare entusiasta ad Alex (Jonathan Tufvesson), il suo affascinante tecnico del suono, qual è lo scopo ultimo del film. Si tratta di trovare il luogo esatto in cui, durante la guerra d’indipendenza, truppe inglesi hanno raso al suolo un intero villaggio: un massacro compiuto pur di stanare e uccidere una certa suor Teresa la quale, a quanto pare, era in realtà una spia degli americani. Una premessa che pare interessante ma di cui non si parlerà mai più. Nei boschi, mentre Laura ci prova subito con Alex, quest’ultimo registra strani suoni e voci che non riesce immediatamente a decifrare e che lo spaventano. Una volta a casa, egli scarica i file sul suo computer, scoprendo che si tratta, con ogni probabilità, delle parole di fantasmi che in pochi hanno l’innato potere di captare. Gli spettri infatti, in modo confuso, cercano di comunicare proprio con lui. Alex tenta dunque di contattare il prof. Hasegawa (Hal Yamanouchi), uno studioso giapponese che, guarda la sorte, vive nella regione e sembra un grande esperto della materia. Il luminare dapprima rifiuta di aiutarlo perché, senza neanche ascoltare gli audio, ritiene che il giovanotto stia inventando le cose. A far cambiare idea al nipponico guru dell’Aldilà, è colei che non si capisce bene se sia solo una sua amica o invece la compagna, cioè la medium Ursella (Stefania Montesolaro). In tutto questo, salta fuori una vecchia conoscenza di Alex cresciuta con lui in un orfanotrofio, la problematica Amanda (Rocío Muñoz), anch’essa alle calcagna del prof. Hasegawa perché desiderosa di comunicare con il proprio defunto marito, anche se viene scacciata a più riprese. La cosa in fin dei conti non sorprende, visto che essa si trascina in giro vestita da barbona e urlando insulti. Mentre la lavorazione del documentario procede a rilento, il bell’Alex prova a mettere assieme le parole sconclusionate dei fantasmi. Queste lo portano tra l’altro nei pressi di una diga, luogo in cui (forse) si sarebbe suicidato qualcuno che vuole che sia finalmente trovato il suo corpo. Se è davvero così, e quanto questo sia rilevante ai fini della trama, non lo scopriremo mai. Nel frattempo lo sfortunato tecnico del suono ha anche alcuni incubi circa la sua infanzia, incubi in cui compare proprio l’inquietante figura di suor Teresa.
La parte di They Talk che ha una qualche sbrindellata parvenza logica, tutto sommato, termina qui. La restante ora la passiamo a partecipare a ciò che, evidentemente, è stato concepito dagli sceneggiatori Vinicio Canton e Stefano Ceccarelli quale sorta di concorso a premi: ovvero sono gli spettatori stessi a dover cercare di dare un senso compiuto alle scene che vedono scorrere sullo schermo, tentando di fornire la migliore spiegazione per quel che accade. Probabilmente qualunque supposizione formulata risulterà valida, visto che si tratta di una serie di situazioni totalmente prive di qualsivoglia legame, per cui ogni sfrenata fantasia è la benvenuta. L’altra possibilità è che i due, prima di consegnare la sceneggiatura al regista Giorgio Bruno, abbiano scritto i propri rispettivi capitoli senza leggere una riga di quello che faceva l’altro, mischiandoli poi a casaccio. Quello che accomuna tutti i passaggi, comunque, è il livello imbarazzante dei dialoghi, cosa che potrebbe forse spiegare la scarsissima convinzione con cui recitano gli attori. Si dice che alle volte il doppiaggio riesce a supplire alla mancanza di talento del cast: sfortunatamente, non è questo il nostro caso.
Un finale involontariamente comico, che dovrebbe essere a sorpresa (ma mancando qualsiasi coerenza nella storia non può essere tale), suggella un incredibile pasticcio fatto di sequenze confuse, innumerevoli spunti narrativi che compaiono all’improvviso (per svanire altrettanto rapidamente senza un motivo), e perfino errori di montaggio. I buchi nella trama, in un titolo che di orrorifico ha unicamente la sua realizzazione, sono tanto grandi che ci può passare lo scassatissimo Suv con cui la troupe va in giro. E troppi per elencarli tutti. Ci limitiamo a indicare persone che conoscono magicamente indirizzi di sconosciuti, case sempre aperte in cui entra chiunque a tutte le ore, cadaveri che compaiono dal nulla o sogni premonitori allegramente ignorati. O Laura che dice che ha trovato un’ignota estranea in casa di Alex e questo, evidentemente non interessato ad effrazioni nella sua abitazione, risponde parlando invece della sua amica Amanda e dei problemi che l’affliggono. Capire come una pellicola del genere sia riuscita a giungere nelle sale è il più grande mistero che They Talk ci propone e, come tutti gli altri, rimane senza una risposta.

Massimo Brigandì

Leave A Reply

tredici + 18 =