The Visit

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4.0 Awesome
  • voto 4

Chi dice nonni intende danni

Ci sono fatti che vanno ben al di là della fluttuante comprensione umana. Accadimenti che lasciano i singoli soggetti basiti ad interrogarsi su ciò che è stato e ciò che è ora. The Visit, l’ultima “fatica” di M. Night Shyamalan, più che un’opera cinematografica dovrebbe essere considerato alla stregua di un oggetto di riflessione, adatto a rileggere passato, presente e futuro del cineasta di origine indiana.
C’è stato un tempo in cui il nome del suddetto veniva accostato a quello di Steven Spielberg, più per il suo ruolo di accentratore – regia, sceneggiatura, produzione – nell’ambito della medesima opera, che per effettivo modus operandi cinematografico. E, in un determinato periodo, pochi come lui sono riusciti a raccontare (Signs, 2002, e The Village, 2004, su tutti) l’angoscia che serpeggiava nell’America post-11 Settembre. Per non parlare, in precedenza, delle notevoli ed originali incursioni nel thriller (Il sesto senso, 1999), oppure delle abilissime e personali riletture del supereroismo da fumetto (Unbreakable – Il predestinato, 2000) quando lo stesso genere languiva. A seguire una lenta ma inesorabile discesa, contrassegnata da progetti di ambiziosa confezione (After Earth, 2013, ad esempio) ma di scarsissima risonanza di idee. Fino al punto di non ritorno, ovvero questo The Visit. Cosa abbia fatto scattare nel cineasta cresciuto a Philadelphia la fascinazione per il found footage in tempi di pesante inflazionamento della stessa tipologia di film? Mistero. Ci si sarebbe allora aspettata un’innovazione, qualcosa che lasciasse un segno più o meno autoriale in un sottogenere ormai terreno di caccia per i classici dilettanti allo sbaraglio convinti che basti una ripresa in soggettiva per creare angoscia e tensione. Valutazione del tutto errata. Perché The Visit pare il saggio di fine corso di uno studentello universitario nemmeno troppo ambizioso; non incute la benché minima paura e neanche riesce a fare tenerezza. In questa sgangherata storia in cui il point of view viene giustificato dalle velleità registiche di una ragazzina di quindici anni (metafora involontaria sulla realizzazione del film?), in visita, in compagnia del fratellino, dai nonni mai conosciuti causa beghe famigliari assortite, latita assolutamente tutto: dalla coerenza narrativa ad una messa in scena degna di questo nome, per tacere delle interpretazioni. La parte orrorifica si riduce, in aggiunta al pigro aggiornamento degli immortali archetipi fiabeschi (Hansel & Gretel, gli orchi, la ragazzina nel forno, eccetera eccetera..), ad una passeggiata attraverso i più usurati stereotipi del genere (buio, porte che si aprono e sbattono, apparizioni improvvise nell’inquadratura), mentre un citazionismo d’accatto infarcisce il tutto menzionando a casaccio, oltre naturalmente allo “spudorato” Paranormal Activity, il Non aprite quella porta primigenio di Hooper e La casa nera di Wes Craven. L’unico sottotesto degno di approfondimento sarebbe quello di una critica alla stupidità “tecnologica” delle nuove generazioni, perfettamente in grado di utilizzare una videocamera, smanettare con il mouse del pc nonché utilizzare skype, ma totalmente ottusi nel comprendere subito i pericoli del mondo circostante. Così la visita dai presunti nonni – in realtà due pericolosi psicopatici con tendenze suicide fuggiti da un manicomio chissà come – si prolunga per una settimana e non per le due ore che sarebbero state ampiamente sufficienti a capire la reale natura perversa dei due vegliardi. E le sequenze ironiche con tendenza allo scatologico – ce ne sono parecchie nel film, quasi che Shyamalan, non sapendo quali pesci prendere, volesse buttarla sullo spirito di grana grossa… – suonano più come presa per i fondelli al pubblico che non urticante parodia di una società alla sbando, tra famiglie disfunzionali e surrogati parentali degni, come detto, di una casa di cura per malati di mente.
Al pari di ogni brava sit-com che si rispetti, sul sfondo sonoro di The Visit, la produzione avrebbe dovuto inserire le risate preregistrate di prammatica. Magari si sarebbe potuto offrire allo scopo Jason Blum, il produttore che, con la sua Blumhouse, sta infestando il mercato di film di genere a bassissimo costo e di ancor più miserevole qualità. Sarebbe stato un altro modo, maggiormente esplicito, per sentirsi protagonista. Del resto non si “suicidano” così anche gli Shyamalan di turno?

Daniele De Angelis

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