The Return of Tragedy

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

New York, New York

Di sicuro Bertrand Mandico, astro nascente della cinematografia transalpina, a Ravenna è parecchio amato. La XVII edizione del Nightmare si era conclusa per lui con il Premio della Critica a Les Garçons Sauvages. Ed anche questo Nightmare Film Fest 2020, migrato sul web per cause di forza maggiore, lo ha visto protagonista con un corto altrettanto disinvolto, surreale, fuori dagli schemi; ovvero quel The Return of Tragedy, già passato un paio di mesi fa a Venezia, che segna anche l’inizio di un progetto più articolato, ideato e portato avanti assieme all’attrice romena naturalizzata statunitense Elina Löwensohn. Non il solo nume tutelare, peraltro, di questa picaresca operazione, considerando il coinvolgimento di Hal Hartley e la presenza nel cast di un mostro sacro come David Patrick Kelly.

Indizi del genere sono già utili a decifrare lo spirito (indubbiamente libero) di un divertissement cinematografico, che pulsa in realtà di molteplici suggestioni, raccolte intorno ad un plot all’apparenza così scarno, essenziale, ed invece pregno di una ricerca estetica la cui vena dissacrante si sposa con una cinefilia vissuta quasi come seconda pelle. Ogni tanto autori di un certo spessore cui non difettano, fortunatamente, inclinazioni ludiche e desiderio di sperimentare, accettano la classica sfida delle “variazioni sul tema”. E i risultati sono spesso tali da solleticare l’appetito degli spettatori più curiosi. Vedi ad esempio il geniaccio Lars Von Trier alle prese con Le cinque variazioni. Tornando al caso di Mandico, nella breve durata di The Return of Tragedy sono concentrate differenti angolazioni di una stessa, surreale trama poliziesca, il cui paradossale svolgimento è totalmente immerso in atmosfere anni ’80, così estremizzate e sovraccariche da produrre un effetto straniante, ancor più ipnotico per via della colonna sonora (e pure stavolta è la musica elettronica di Pierre Desprat a fare la differenza). Poliziotti machi e fondamentalmente ottusi. Un guru delirante, ma a suo modo ispirato. I membri di una strana comune. E soprattutto lei, la vittima apparentemente consenziente, che uno potrebbe credere morta ed invece commenta quasi con gioia il fatto che le sue interiora svolazzino allegramente in aria, producendo vampate di grottesca euforia a metà strada tra la Troma e John Waters. Con in primo piano quell’ossessione per i corpi, per l’esibizione forzata e al contempo giocosa degli organi interni, la cui matrice cronenberghiana pare essere un leitmotiv di questa edizione del festival: provare, per credere, la carrellata di geniali lavori, con cui parallelamente si è reso omaggio a un nostro appartato ed originalissimo autore, Donato Sansone.

Da par suo, grazie anche a una troupe raccolta setacciando il meglio dell’underground newyorchese, il corto ambientato da Mandico a Brooklyn riflette con toni psichedelici (confluiti persino nel sorriso da Stregatto di David Patrick Kelly) tanto la cultura di massa dei vecchi telefilm anni ’80 che le pratiche di un cinema USA ultra-indipendente, la cui carica destabilizzante era forse pari qualche decennio fa a quella delle avanguardie di primo Novecento. Di The Return of Tragedy si subisce quindi la malia e si finisce per condividere quell’impronta carnascialesca, calata anche nei fallici nasi finti indossati per qualche istante dai due stralunati agenti di polizia.

Stefano Coccia

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