The Party

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Non ci eravamo già visti?

Prendi una bella villa borghese, con tanto di giardino e salotto elegante. Mettici dentro i due proprietari: una coppia di mezza età senza figli e senza, apparentemente, più niente che li faccia sentire uniti. Aggiungi una seconda coppia, amica della prima, anch’essa senza prole, con il marito appassionato di filosofia new age. Se a questo allegro gruppetto aggiungiamo un’altra coppia lesbica in attesa di tre gemelli ed un uomo in carriera cocainomane, insicuro e terrorizzato dal fatto che la moglie possa lasciarlo, ecco che abbiamo tutti gli elementi per un film leggero (ma non troppo), non del tutto nuovo, ma pur sempre in grado di intrattenerci per poco più di un’ora, strappandoci anche qualche sorriso. Stiamo parlando di The Party, scritto e diretto dalla regista britannica Sally Potter e presentato in concorso alla 67° Berlinale.
Fin da una prima, sommaria lettura della trama proviamo, di fatto, una ben precisa sensazione di déjà vu. Volendo ripensare anche solo ad alcune delle uscite degli ultimi anni, infatti, ecco tornare con la mente – giusto per menzionare un paio di titoli – al bellissimo Carnage di Roman Polanski o anche all’acclamata commedia francese Cena tra amici, di cui anche la nostra connazionale Francesca Archibugi ne ha recentemente girato un remake (Il nome del figlio, 2015). Ed ecco che anche Sally Potter ha voluto dire la sua in fatto di commedie ad impronta teatrale ambientate nel mondo dell’alta borghesia. Ed il suo lavoro, di fatto, soprattutto grazie ad un cast d’accezione che vede interpreti del calibro di Bruno Ganz, Timothy Spall e Kristin Scott Thomas, tutto sommato regge. Merito anche di una confezione perfettina e con un curato bianco e nero che tuttavia sa tanto di espediente ruffiano finalizzato principalmente a regalare a The Party quel qualcosa in più che lo differenzi dalla miriade di commedie del genere (senza però del tutto riuscirci, a dir la verità). Ma va bene così. Indubbiamente, questo ultimo lungometraggio della Potter tanto di facile realizzazione non è. Oltre agli elementi sopra menzionati, infatti, affinché un prodotto del genere funzioni, è necessaria soprattutto una sceneggiatura di ferro. Cosa, questa, che per fortuna è presente (non dimentichiamo che la stessa Potter nasce anche come sceneggiatrice, d’altronde), con tanto di battute decisamente politically scorrect – che ci piacciono tanto – e di personaggi neanche troppo stereotipati, tra i quali vediamo venire a galla legami a volte leggermente prevedibili, ma che, tutto sommato, sembrano nel complesso funzionare. Veri e propri mattatori della fiera sono ovviamente i due mostri sacri Bruno Ganz e Timothy Spall, ma anche il personaggio di Cillian Murphy risulta vincente – anche se probabilmente più grazie alla bravura dell’attore in sé che alla scrittura stessa.
Forse il più evidente scivolone di The Party sta proprio nel finale – che va a chiudere in ellissi tutto il lungometraggio – con una furiosa Kristin Scott Thomas che punta la pistola in macchina. La scelta di lasciare le cose in sospeso, in questo caso non solo non ha quasi del tutto effetto sullo spettatore, ma risulta anche un espediente decisamente forzato, ed addirittura pretenzioso.
Malgrado gli enormi sforzi di Sally Potter, dunque, è assai probabile che il suo The Party, dopo aver piacevolmente intrattenuto il pubblico (che, per carità, potrebbe anche essere assai ben nutrito) sia destinato a confondersi nella mischia. Ma va bene così, ci siamo divertiti e questo è comunque un fattore positivo. L’unico dubbio è: come ha fatto un’opera del genere ad essere selezionata tra i lungometraggi in corsa per l’Orso d’Oro?

Marina Pavido

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