L’altro volto della speranza

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il grande ritorno di Aki

Che alla Berlinale vengano prediletti temi a carattere sociale, è ormai cosa risaputa. Basti pensare, infatti, alla maggior parte dei lungometraggi premiati con l’Orso d’Oro durante le scorse edizioni. Se, poi, il tema trattato si unisce ad un’elevata qualità artistica del film in sé, ecco un vero e proprio miracolo in sala. Non a caso è davvero quasi al miracolo che si è urlato in seguito alla visione di The Other Side of Hope (nella versione italiana L’altro volto della speranza), ultima fatica del maestro finlandese Aki Kaurismäki, nonché, quasi all’unanimità, lungometraggio più atteso di tutta la 67° edizione della Berlinale.
A sei anni dall’ultimo lungometraggio (Miracolo a Le Havre, 2011) Kaurismäki  – che fin dagli inizi di carriera ha spesso messo in scena storie e personaggi ai margini della società – riprende il tema dell’immigrazione e dell’integrazione in un paese come la Finlandia, raccontandoci le vicende di Khaled – rifugiato siriano bisognoso di un permesso di soggiorno ed alla disperata ricerca di sua sorella – e di Wikström, burbero e solitario commesso viaggiatore che ha da poco lasciato la moglie alcolizzata ed ha deciso di darsi alla ristorazione. I due personaggi, come la regola sta a suggerire, sono destinati ad incontrarsi e da quel momento le vite di ognuno di loro prenderanno una svolta decisiva.
Chiunque abbia avuto modo di conoscere – e, diciamolo pure, amare! – il cineasta finlandese, anche soltanto leggendo sommariamente la sinossi di questo suo ultimo lavoro, probabilmente intuirà che The Other Side of Hope può considerarsi quasi una summa di tutta la cinematografia di Kaurismäki  stesso. E, in effetti, gli elementi ricorrenti ci sono tutti: dal tono surreale/grottesco alla scelta di raccontare personaggi quasi “rifiutati” dalla società, dall’andamento tipico di una vera e propria favola fino alla singolare messa in scena che prevede colori freddi ed accesi insieme a figure tendenzialmente statiche interpretati secondo tutti i canoni dello straniamento brechtiano.
Cavalcando l’onda di Miracolo a Le Havre, Kaurismäki mette in scena, dunque, le storie di due personaggi apparentemente agli antipodi e, al momento del loro congiungimento, ecco che il già promettente lungometraggio finalmente decolla. Al via, dunque, situazioni esilaranti ed al limite del surreale – come, ad esempio, quando Wikström decide di trasformare il suo modesto ristorantino in un ristorante giapponese, senza avere, però, idea di come si cucini realmente il sushi – unite a momenti più difficili da “digerire”, come quando un gruppo di malintenzionati aggredisce Khaled. Ovviamente, come (quasi) ogni favola che si rispetti, il lieto fine è dietro l’angolo.
Eppure The Other Side of Hope non è solo questo. Volendo tornare al discorso sulla messa in scena, infatti, fin dai primi minuti abbiamo l’impressione di essere stati catapultati in una sorta di mondo senza tempo, dove ogni elemento che rimandi alla contemporaneità sembra quasi rifiutato a priori: non vi è alcuna traccia, ad esempio, di computer o smartphone, addirittura le automobili presenti sono quelle prodotte qualche decennio fa. Se a ciò aggiungiamo inquadrature perfettamente simmetriche e ben studiate, insieme a momenti in cui sottili ed a volte divertenti giochi di sguardi tra i personaggi sono sottolineati da sapienti primi piani (emblematiche, a tal proposito, la scena iniziale in cui Wikström lascia la moglie, seduta al tavolo vicino ad una bottiglia di vino e con una sigaretta in mano, insieme alla sequenza della bisca clandestina, in cui sempre Wikström vince i soldi per acquistare la gestione del ristorante) ecco che viene fuori il cinema di Kaurismäki nella sua forma più pura. In poche parole, ecco che il maestro finlandese ci regala un’ulteriore conferma del suo talento, senza deludere le aspettative del suo nutrito pubblico. Ed ecco che il buon cinema d’autore si unisce al cinema con un importante messaggio sociale, cosa che da sempre piace tantissimo alle giurie berlinesi. Cosa, questa, che rende The Other Side of Hope un Orso d’Oro praticamente perfetto.

Marina Pavido

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