The Newsroom

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8.0 Awesome
  • voto 8,5

Sorkin’s touch

Lo confessiamo candidamente ad inizio articolo: abbiamo un debole per Aaron Sorkin. Nonostante trascorsi personali abbastanza turbolenti, ci piace la sua visione profondamente etica delle cose, quella tendenza a “costringere” i personaggi da lui modellati – spesso vivi e vegeti, come il Billy Beane general manager di baseball nell’ottimo L’arte di vincere (Moneyball, 2011) –  a scegliere se stare da una parte piuttosto che un’altra. Da cinefili ammiriamo anche la sua conoscenza, riciclata in modo pressoché perfetto, dei generi cinematografici della Hollywood dei tempi d’oro. Nonché, ovviamente, la sua capacità di scrivere dialoghi pregnanti ad un ritmo assai serrato, impossibile da riscontrare in qualsiasi altro sceneggiatore, anche tra i più dotati.
Per tutte queste – e molte altre – ragioni ci siamo innamorati della serie televisiva The Newsroom. Dei suoi personaggi. Dell’afflato umanistico che la pervade. The Newsroom è un esperimento perché, in fondo, rappresenta la messa in scena di un’utopia. Tanto più efficace in quanto abilmente relazionata con fatti realmente accaduti. Nella redazione dell’immaginario network televisivo ACN, ogni componente insegue un sogno, sia a livello personale che professionale. Talvolta tali ambizioni viaggiano di pari passo, come nel caso dei due personaggi principali Will McAvoy (il carismatico anchorman del canale di news, efficacemente interpretato da Jeff Daniels) e Mackenzie McHale (produttrice del programma ma anche – particolare assolutamente rilevante – ex di Will McAvoy, cui la bravissima Emily Mortimer dona una tridimensionalità fuori dal comune). Una coppia che mezzo secolo fa sarebbe stata portata sullo scherma da Katharine Hepburn e Spencer Tracy, talmente di classe sono le schermaglie che intercorrono tra i due. In ambito lavorativo, ovviamente: poiché la redazione è il luogo dove entrambi si mettono alla prova. E dove ogni situazione può nascere ex novo perché il mondo corre all’impazzata; oppure, all’occorrenza, rinascere. Perché il sentimento, s’intuisce con chiarezza soprattutto negli ultimi episodi della prima stagione, non si è mai sopito. Anzi.
Altre sottotrame sentimentali rendono ancora più speziata la serie. L’assistente Maggie Jordan (Alison Pill) è ufficialmente legata all’impegnatissimo – dal punto di vista professionale – producer Don Keefer (Thomas Sadoski) ma è più o meno velatamente amata, di una passione forse ricambiata, dall’assistente di Mackenzie McHale Jim Harper (John Gallagher Jr.). Il quale, per complicare ulteriormente l’affaire, accetta la seduzione della sensuale coinquilina di Maggie Lisa Lambert (Kelen Coleman). Con tali premesse Sorkin crea innumerevoli situazioni da purissima screwball comedy dei tempi d’oro, con equivoci, litigi, riappacificazioni nonché abbondanza di provocazioni fisiche ed intellettuali. Mandando letteralmente in godimento prolungato coloro che ancora ricordano pellicole come ad esempio Accadde una notte (1934) di Frank Capra oppure Susanna (1938). Thank you for memories, Aaron. E tuttavia, come accennavamo poc’anzi, l’estrema raffinatezza di The Newsroom risiede proprio nella capacità sopraffina di Sorkin di far convivere il senso spettacolare del cinema con quello, assai meno piacevole, di una cronaca reale che irrompe quasi brutalmente in quello che altrimenti sarebbe un microcosmo umano quasi perfettamente esemplare. Gli accenni allo scandalo Datagate irrompono sul finire dell’episodio magistrale in cui si annuncia l’uccisione di Osama Bin Laden, venendo poi sviluppati in seguito e dando l’idea di un’America perennemente sotto controllo altrui, come lasciava intendere negli anni settanta Francis Ford Coppola nel magnifico La conversazione (1974). Possibile che da allora non sia mutato nulla, ci pone la domanda in un orecchio Sorkin? Altamente possibile, anzi, che la situazione sia ormai definitivamente fuori qualsiasi controllo, persino delle istituzioni stesse. Del resto The Newsroom è, a tutti gli effetti, anche un serial sagacemente politico. Non poteva essere altrimenti, trattando di giornalismo e scelte di campo. Così Will McAvoy, che si professa repubblicano atipico, ingaggia una lotta senza quartiere per smascherare le abnormi contraddizioni del Tea Party, l’ala estrema dello stesso partito per cui afferma di simpatizzare. Azione che gli costa la spada di Damocle del licenziamento. Ma in fondo la morale, semplificando al massimo, di The Newsroom è tutta qui: scegli, poi vivi e lotta in funzione di quelle scelte. Sembra facile, sulla carta. Invece mantenere una sorta di lucida – e non ottusa – coerenza è il traguardo più difficile e agognato che un essere umano possa raggiungere. E Sorkin lo sa bene.

Daniele De Angelis

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