The Mountain

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

I dolori del giovane Andy

Cineasta indipendente, attivo da parecchi anni soprattutto nel campo della commedia, Rick Alverson ha da sempre affascinato pubblico e critica del Sundance, così come di altri numerosi festival internazionali incentrati principalmente sul cinema underground. La scelta, dunque, di selezionare una sua opera in concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia si è rivelata tanto singolare, quanto piacevolmente innovativa. Almeno sulla carta. Se, infatti, sono stati in molti ad attendere la proiezione in anteprima di The Mountain, ultima fatica del cineasta statunitense, è anche vero che la visione stessa ha lasciato, purtroppo, molto a desiderare. Ma andiamo per gradi.
Lungometraggio personale e fortemente introspettivo, The Mountain mette in scena le vicende del giovane Andy, adolescente che vive con il padre – un uomo rude e piuttosto anaffettivo – e che lavora insieme a lui presso una scuola di pattinaggio. Il ragazzo non ha quasi mai avuto modo di passare del tempo con sua madre, ricoverata da molti anni presso un ospedale psichiatrico. Ciò, ovviamente, avrà un’importanza fondamentale per quanto riguarda la scoperta della sessualità e il rapporto dello stesso Andy con le donne. La sua vita prenderà una svolta definitiva in seguito alla morte di suo padre, quando, dopo l’incontro con un noto lobotomista, inizierà un lungo viaggio proprio attraverso i più rinomati ospedali psichiatrici, fotografando, di volta in volta, i malati appena operati.
Sono, dunque, il tema dell’adolescenza, della malattia mentale, della scoperta di sé e della propria sessualità, i falsi moralismi e l’ipocrisia (basti pensare che una semplice turba adolescenziale può essere considerata addirittura come una forma di pazzia) e, non per ultimo, il tema dell’arte e della sua espressione attraverso la fotografia le colonne portanti di un lavoro come The Mountain. Interessante? Indubbiamente. Peccato, però, che Alverson, preso dalla smania di voler dare al proprio soggetto sì tante sfumature, abbia mancato di approfondire a dovere ognuno dei temi tirati precedentemente in ballo, perdendo per strada più volte il filo del discorso e optando, in modo del tutto ingiustificato, ogni volta per ritmi diversi nel corso dello svolgimento delle vicende.
Eppure, fino a pochi minuti dopo i titoli di testa, si sarebbe potuto ben sperare in un’opera di tutto rispetto. Soprattutto perché, di fatto, Alverson uno spiccato senso estetico e una buona padronanza del mezzo cinematografico li ha eccome. Sono quasi un piacere per gli occhi, infatti, le prime inquadrature – tutte rigorosamente a camera fissa – in 4:3, così come le scene in cui, tramite sapienti plongé, i personaggi ci sembrano quasi piccole bamboline di un carillon (particolarmente d’impatto, a tal proposito, la scena in cui un gruppo di pattinatrici danza in tondo, intorno alla foto del padre di Andy, appena deceduto). Un’estetica curatissima, dai colori ora pastello, ora marcatamente smorzati – a sottolineare la triste esistenza del protagonista – che, tuttavia, viene pian piano abbandonata. Ed ecco che la macchina da presa si fa via via più agile, le figure in scena risultano meno immobili, fino a perdere ogni qualsivoglia disciplina. E la cosa andrebbe anche bene, se si seguisse un ordine logico. Come poc’anzi affermato, però, Alverson, già pochi minuti dopo l’inizio del film, sembra prendere un abbaglio dietro l’altro, raggiungendo l’apice nel momento in cui vediamo l’attore Denis Lavant inscenare un insensato monologo sul valore dell’arte, che nulla ha a che vedere con ciò che si è precedentemente messo in scena e che vede il bravo interprete essere sfruttato dal regista stesso quasi come se fosse un oggetto da mettere in mostra e non un valido professionista a cui affidare un ruolo all’interno della vicenda.
Peccato, dunque, che un cineasta così promettente si sia bruciato in questo modo. Durante questi primi giorni della storica manifestazione lidense, il The Mountain di Rick Alverson altro non fa che arrancare stancamente verso il tanto ambito Leone d’Oro. Le carte in regola, però, sembrano, in questo caso, mancare del tutto.

Marina Pavido

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