The Master

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8.0 Awesome
  • voto 8

La cattiva strada

C’è un filo rosso, sottile che attraversa, come una presenza discreta, la produzione di Paul Thomas Anderson. Sotto una pesante e intricata facciata stilistica, al di là di un compiacimento espressivo tanto suggestivo quanto esteticamente debordante, sono storie ricorrenti di solitudini quelle che con fare ciclico, vorticoso, casuale si ripresentano, incontrandosi e scontrandosi, nella produzione del cineasta statunitense, definendo un percorso poetico che, dal particolare, si fa affresco universale su un’umanità disperata.
É un cammino autoriale sempre più maturo quello che Anderson ha portato avanti negli ultimi anni. Ridimensionata una coralità dal tocco altmaniano che aveva visto in Magnolia il suo apice formale, stemperato uno stile voluttuoso fatto di dinamici piani sequenza e carrelli vorticosi con una macchina da presa in costante e smaniante movimento, ecco che da Il petroliere, il regista si trova a consolidare, prima che la sua conclamata tecnica, un percorso misurato e ragionato di scrittura, dinamiche emotive e contenuti. É con The Master che questo percorso di sottrazione raggiunge la sua vetta, che questa consapevolezza tanto estetica quanto tematica trova la sua ragionata stabilità, il suo ponderato equilibrio, che, in una vicenda dagli stravolti toni da amore filiale e senso di (non) appartenenza, quel filo rosso e sottocutaneo comincia a emergere in tutta la sua concreta chiarezza.
Nella messa in scena della schematica, essenziale dicotomia di due vite, di due individui agli antipodi, che si sviluppa in una storia intima sullo sfondo di un’altra Storia condivisa, Anderson presenta la summa misurata del suo nuovo sentire, della sua poetica definitivamente matura.
Se ne Il petroliere si narrava già, tra le righe, di uno scontro tra due individui diametralmente opposti eppure complementari in quella deriva capitalistica dove lo sfruttamento (tanto delle risorse naturali quanto delle anime) corrompeva rapporti e affetti, in The Master questo scontro/incontro diviene preponderante, cardine stesso di un racconto intimista che ai risvolti sociologici sostituisce quelli psichici, allo scontro aperto, una sussurrata e ambigua solidarietà emotiva.
Quando il vagabondo Freddie Quell, alcolizzato e sessuomane, con un conflitto mondiale alle spalle e i nervi a pezzi a suo imperituro ricordo, si imbatte, del tutto casualmente (ma sull’incidenza del caso nelle narrazioni di P.T. Anderson si dovrebbe dedicare un saggio a parte), nel carismatico e magnetico Lancaster Dodd, si è dinnanzi a una sorta di ricongiungimento (“In quale vita ci siamo già conosciuti?”) che ha i toni distorti dell’idillio amoroso. É quasi un rapporto medico-paziente da seduta psicanalitica quello che i due individui imbastiranno, un transfert emotivo reciproco che darà, forse, a Freddie quella stabilità, quell’accettazione di sé che ha sempre cercato e a Lancaster il riflesso sincero di tutto ciò che si è lasciato alle spalle.
Lontano dall’analisi storico-sociale di un fenomeno, quello delle congregazioni settarie, che la figura di Dodd, esplicitamente ispirata al fondatore di Scientology Ron Hubbard, potrebbe suggerire, distante dalla parabola accusatoria che potrebbe facilmente fare di Freddie l’emblema della vittima ingenua e malleabile, The Master non è altro che il racconto di due forze solo apparentemente in lotta tra loro, solo superficialmente inconciliabili. Da una parte Quell, le fattezze stravolte, curve, nervose e vibranti di un Joaquin Phoenix capace di dare corpo alla disperazione, a quella smania autodistruttiva di vita in un inconsapevole misticismo beat, in bilico costante tra la fuga incosciente, la libertà assoluta e il desiderio di una strada, di una guida, di una gabbia. Dall’altra Dodd, colto studioso, compiaciuto profeta dall’ostentata sicurezza ambigua e sorniona di Philip Seymour Hoffman, leader solo e disorientato tra una moltitudine di fedeli adoranti che non lo comprende davvero.
Anderson ricostruisce il suo universo tematico dosando ogni elemento della messa in scena. Limitando il movimento della macchina da presa, fissandola in panoramiche totalizzanti (girate in 70mm), dà risalto come non mai alla messa in quadro, alla composizione figurativa, alla valorizzazione degli spazi, a un’opposizione costante e ricorrente. Nella successione inconciliabile di esterni con interni, tra la dispersione caotica di un fuori che fa paura, incapace di essere racchiuso da una qualche forza razionalizzante, e un dentro angosciante e claustrofobico, si giocano le dinamiche tipiche della poetica andersoniana, dalla famiglia disfunzionale con un patriarca discutibile, alle forze distruttive, solitarie, misantrope che la attraversano, minacciando di distruggerla.
The Master è allora un racconto formativo sui generis che con la gratificazione non ha nulla da spartire, parabola amara su due solitudini alla disperata ricerca di qualcuno o qualcosa, di una libertà sempre al di là dell’orizzonte, resa paradossalmente irraggiungibile dalla necessità di una guida (“Se trovi il modo per vivere senza un maestro, faccelo sapere”), di un sentire condiviso, di una direzione socialmente accettabile ma egoisticamente lontana da una reale emancipazione.
Pare allora che il cinema di Paul Thomas Anderson diventi una bilancia livellatrice alla costante ricerca di un equilibrio capace di stabilizzarne sentimenti ed energie, capace di rendere i conflitti della psiche coordinate geometriche e pacificatrici di quei poli opposti che, inevitabilmente, riconoscendosi, si attrarranno sempre.

Mattia Caruso

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