The Last Autumn

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Tramonti islandesi

Quando una qualsiasi opera cinematografica proviene dall’Islanda o comunque viene ambientata nella celebre isola nordica si può star certi che la Natura godrà di un ruolo preponderante. A maggior ragione se il lavoro in questione è un documentario dal titolo internazionale di The Last Autumn, traduzione dell’originale Síðasta Haustið.
Presentato al Bergamo Film Meeting 2021, nell’ambito della stimolante sezione Visti da vicino – la quale si sta rivelando una vera e propria miniera di tesori nascosti, nello specifico genere – il film diretto dalla regista islandese di origine catalana Yrsa Roca Fannberg dedica la propria attenzione all’anziano Úlfar, ultimo discendente di una stirpe millenaria di contadini e allevatori. L’uomo vive, in compagnia della moglie, in una brulla zona costiera. Anche per motivi di età la sua attività è in chiusura. Nessuno, tra i potenziali eredi, ha intenzione di proseguire la tradizione; per cui l’arrivo dell’inverno decreterà il termine di qualcosa che rappresenta molto di più di un semplice lavoro: un’autentica filosofia di vita. Per celebrare “l’ultimo autunno” della fattoria arrivano dalla capitale Reykjavík figli e nipoti, a salutare anche il numeroso bestiame giunto al passo d’addio. In determinati casi in senso purtroppo letterale.
Girato modulando alla perfezione bianco e nero e colori smorti, ad aumentare in maniera addirittura esponenziale la percezione di realismo, The Last Autumn è un documentario crepuscolare che riesce perfettamente a catturare la sensazione di fine imminente che permea l’intero ambiente ritratto. Senza alcuna forzatura di stampo melodrammatico i vari cicli naturali scorrono con naturalezza, accolti con neutra rassegnazione da Úlfar e la sua famiglia. Anche il dilemma tra vendere o sopprimere gli ovini a scopo macellazione viene accolto dal protagonista come una scelta dettata dalla convenienza economica, salvo poi far trapelare una certa umanità allorquando si trova ad accarezzare la pelle asportata al montone ucciso, l’unico del gregge. Úlfar ricorda, rivolgendosi alla pelle, quanto gli piacesse essere accarezzato in quel modo in vita. Un frammento di empatia, ovviamente lontanissimo da qualsiasi tentazione di macabra ironia, che immediatamente rientra nei ranghi di un’accettazione della morte come evento naturale delle cose. Ulteriormente testimoniato dall’intero segmento finale, durante il quale il protagonista ascolta una voce fuori campo – proveniente da una televisione o una radio – che elenca i nomi delle persone recentemente defunte nelle zone limitrofe. Con lo sguardo di Úlfar ad esprimere la consapevolezza che, prima o poi, sarà il proprio nome ad essere presente nella lista.
Come si affermava nell’introduzione è chiaramente la Natura – raccontata in The Last Autumn anche e soprattutto nella sua glaciale ostilità – a scandire la quotidianità nel documentario. Una Natura da assecondare e non combattere, anche perché la sconfitta sarebbe scritta in partenza. Alla regista Yrsa Roca Fannberg bastano poche inquadrature per trasmetterne la solenne maestosità: un paio di pecore in fuga dal gregge che si smarriscono nell’infinità delle pianure; oppure il racconto di una pecora malata, troppo debole per evitare di cadere ai piedi di una bassa scogliera senza riuscire più a risalire. Tutto ritratto con quella semplicità capace di rimanere impressa nella retina dello spettatore, molto più di qualsivoglia opera di finzione. Un documentario forse “facile” nella sua realizzazione, ma proprio per questo assolutamente inscalfibile nella memoria cinefila.

Daniele De Angelis

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