The Kill Team

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

I conflitti del giovane Andrew

The Kill Team di Dan Krauss è un’altra pellicola che va a ingrossare il già ampio genere War Movie, ma soprattutto è un altro tassello filmico che si focalizza sulla guerra in Medio Oriente, nella fattispecie quella dell’Afghanistan (2001-presente); e i suoi toni non sono certo lusinghieri. Certamente la storia non è una critica diretta verso l’atto di guerra mossa dagli Stati Uniti, spacciata come missione di pace, ma, attraverso fatti realmente accaduti tra il 2009 e il 2010, biasima i soldati che si sono macchiati di esecrabili violenze. In The Kill Team viene mostrata l’esaltazione che la guerra dà a molti ragazzi, che si sentono in diritto (secondo le regole di guerra) e nel giusto (secondo una morale deviata) di uccidere con qualunque mezzo. In questo caso, nel conflitto geopolitico, s’inserisce il conflitto interiore del protagonista, che deve scegliere da che parte stare perché, benché sappia che quello che fanno i compagni sia sbagliato, deve sottostare a quel modus operandi per non morire.

The Kill Team, però, è un “riarrangiamento” del documentario The Kill Team, realizzato nel 2013 sempre da Krauss. Il recupero di quelle vicende, adattate questa volta in forma prettamente cinematografica, fa certamente sorgere il sospetto di una spettacolarizzazione delle medesime, ma l’approccio del regista riesce a mantenersi a livelli sobri, senza troppe sbavature. Secondo il regista questa versione voleva semplicemente far entrare gli spettatori in modo più diretto in quei fatti, essendo la drammaturgia cinematografica più coinvolgente rispetto a un “freddo” report documentaristico. Krauss, autore anche della sceneggiatura, sa che la sua storia s’iscrive nel War Movie, ma tolti alcuni topoi inevitabili, stringe il suo obiettivo sin dall’inizio sui personaggi – in particolare sul protagonista e il Sergente – lasciando la guerra quasi sullo sfondo (in tal modo i fatti che si svolgono nel conflitto afghano divengono quasi una sineddoche di fatti che si possono svolgere in qualsiasi guerra). Nella pellicola ci sono solo un paio di conflitti a fuoco classici, mentre il resto della storia si svolge completamente dentro il ristretto campo base. È in tale delimitato perimetro che si svolge il vero conflitto, che si attua tra i vari personaggi. Il giovane Andrew, che all’inizio vediamo elettrizzato nella sua stanza mentre mima concitate mitragliate, si accorgerà successivamente che la guerra può essere molto più sporca di quanto crede. Facilmente si deduce che Andrew è andato in guerra perché ammaliato da una falsa mitologia, di fare l’eroe uccidendo i cattivi di turno (come in un videogioco), ma è anche uno di quelli che fortunatamente riesce a mantenere la lucidità e vedere fin dove è giusto arrivare ad agire. Di converso il Sergente Deeks, sebbene amorevole padre di famiglia, è uno di quelli che si è fatto corrompere dalle violenze, e si è creato una sua morale. Deeks, come ogni autorevole autorità militare, rappresenta in quel frangente quasi un ruolo paterno che vuole educare i soldati/cuccioli a sapersi muovere, dettando le – proprie – regole etiche. Di figure così, folli dietro una rigorosa lucidità, se ne sono viste differenti, basterebbe pensare al Sergente Istruttore Hartman di Full Metal Jacket (1987). Dan Krauss, mirando su questo contorno di fatti di guerra, crea quasi un “kammerspiel” in cui conta la psicologia dei personaggi, che poi agiscono di conseguenza. È un campo base aperto, eppure è asfissiante per come il clima si sia trasformato in teso. The Kill Time, oltre al pregio di narrare uno spregevole accaduto poco noto, ha anche una discreta qualità di non eccedere in scene drammaturgicamente troppo esagerate, mantenendo i toni narrativi moderati.

Roberto Baldassarre

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