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The Final Girls

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VOTO: 6.5

Un divertente “bagno di sangue”

L’horror, si sa, è genere che negli ultimi anni ha conosciuto una certa crisi creativa, tra remakes inutili e film mediocri. Nelle pellicole più riuscite, l’horror prende in giro se stesso, come nell’ottimo Quella casa nel bosco (The Cabin in the Woods, 2012) e, ancor prima, con la saga di Scream, che dileggia gli stilemi dell’orrorifico, teorizzandoli al tempo stesso. The Final Girls è il terzo lungometraggio di Todd Strauss-Schulson, dopo Private High Musical (2008) e Harold & Kumar, un Natale da ricordare (2011), in una filmografia colma di tv-movies ed episodi di serie tv. E’ curioso notare che la sceneggiatura del film sia stata scritta, a quattro mani, da M.A. Fortin e Joshua John Miller, quest’ultimo figlio di Jason Miller, il Padre Karras de L’esorcista; è stato proprio il capolavoro di Friedkin ad ispirare il giovane Miller per lo script, il quale ha dichiarato che gli è sempre parso strano vedere suo padre morire ripetutamente sul grande schermo. Ciò l’ha portato a chiedersi: “Non sarebbe bello se anche i protagonisti dei film avessero una seconda chance?”. E’ proprio da quest’idea, semplice ma brillante, che nasce The Final Girls, efficace e spassosa horror-comedy che gioca con i temi cardine dello slasher.
Il concetto di “final girl” è stato coniato dall’accademica americana Carol J. Clover, nell’importante volume Men, Women and Chainsaws: Gender in the Modern Horror Film (Princeton University Press, 1992), nel quale si mira ad abbattere il pregiudizio secondo cui gli slashers siano film fondamentalmente misogini. La Clover, infatti, sottolinea come il pubblico dapprima si identifichi col villain, per poi invece immedesimarsi con la sopravvissuta, sempre di sesso femminile, ossia la final girl, la ragazza che arriva alla fine.
Strauss-Schulson e gli screenwriters rielaborano il concetto in forma non inedita ma con elementi originali, confezionando un’opera assai piacevole, che prende e si prende in giro, utilizzando il concetto di metacinema in modo intelligente e di sicuro intrattenimento. The Last Girls ci mostra l’adolescente Max (sempre brava Taissa Farmiga) e sua madre Amanda (Malin Akerman), mamma single ed ex-scream queen, nota per lo slasher anni ’80 Camp Bloodbath, che fatica a trovare nuovi ingaggi. Un incidente d’auto costa la vita ad Amanda: tre anni dopo, nel giorno dell’anniversario della sua morte, gli amici di Max, in particolar modo l’horror-fan Duncan (Thomas Middleditch), convincono la giovane ad andare con loro alla proiezione double-bill di Camp Bloodbath e del sequel, Camp Bloodbath 2 – Cruel Summer. Dopo non poche resistenze nel rivedere sua madre sul grande schermo, Max accetta, accompagnata anche dalla migliore amica Gertie e dal ragazzo per il quale ha una cotta, Chris (Alexander Ludwig), con un’ex invadente che si intrufola nel gruppo.
Nel corso della proiezione, tra alcoolici e joints, scoppia un incendio in sala: per salvarsi, Max apre una breccia nello schermo, col risultato che il gruppo, magicamente, si ritrova catapultato nel film. I ragazzi si rendono conto ben presto che l’unica via d’uscita è rappresentata dall’interazione con ciò che accade nella pellicola: pensano, inizialmente, di essere invulnerabili ai colpi di machete del killer mascherato, Billy Murphy, ma quando Duncan viene ucciso, realizzano di essere tutti a rischio. La soluzione? Prendere in mano gli stilemi dello slasher al fine di salvare la vita alla madre di Max, che nel film interpreta il ruolo di Nancy, la quale viene uccisa – ovviamente – subito dopo aver avuto un rapporto sessuale con l’ottuso Kurt (Adam DeVine), e di portare il narrato verso la sua conclusione originaria, ossia l’uccisione di Billy per mano della final girl Paula. Gli eventi però imboccano una direzione diversa: Paula muore, dunque è necessario che un’altra final girl – rigorosamente vergine – elimini il killer; l’interazione tra i ragazzi del nostro tempo e gli attori di Camp Bloodbath, puri stereotipi del genere targato anni ’80, regala momenti esilaranti, tra Max che cerca di convincere Nancy a non fare sesso in modo da non venire uccisa, Gertie che si innamora di uno dei protagonisti e i vari espedienti utilizzati al fine di scampare al letale killer. Camp Bloodbath è evidente e ironico omaggio a Venerdì 13 di Sean S. Cunningham (1980) a partire dai personaggi-tipo, passando per l’ambientazione nel camping, fino al villain, un Billy che ha la stessa identica storia di Jason Voorhees, solo con una maschera diversa, senza ovviamente dimenticare la “regola d’oro” dello slasher: chi fa sesso, muore subito dopo.
Il finale a sorpresa è chiusa ideale di un’opera confezionata con ironia e intelligenza, intrattenimento allo stato puro, che diverte senza troppe pretese intellettualistiche o, ancor peggio, finti moralismi. L’ottima colonna sonora tipicamente eighties, la fotografia a colori brillanti e decisi firmata da Elie Smolkin e il sapiente montaggio di Debbie Berman fanno da corollario a un film riuscito, che scorre via leggero e piacevole, disinvolto e senza intoppi. Una buona horror-comedy che riesce a spiccare tra i tanti prodotti di genere mediocri e tutti uguali fra loro.

Chiara Pani

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