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The Fabelmans

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VOTO: 8

Il Cinema all’orizzonte

Se in ogni opera cinematografica che abbia avuto l’imprinting di Steven Spielberg è presente una certa dose di magia, lasciamo all’immaginazione del lettore quale reazione di meraviglia possa scaturire dalla visione di The Fabelmans, lungometraggio incentrato su infanzia e adolescenza del grande cineasta nativo di Cincinnati.
Un film di Spielberg su Spielberg insomma, la cui fruizione ricorda molto l’ingresso in un labirinto di specchi densissimo di corsi e ricorsi cinefili ed esistenziali, con sorpresa finale all’uscita. Un percorso in cui il Cinema (ovviamente quello con la maiuscola) svolge la duplice funzione di sublime intrattenimento ma anche amara rivelazione di retroscena esistenziali che lo sguardo umano si rifiuta, forse, di vedere. La cinefilia, mai sterile, si sovrappone alla vita, creando un unicum irripetibile.
Nelle sue prime sequenze The Fabelmans sembra imboccare la strada di un vivace amarcord personale, un viaggio all’indietro nel tempo finalizzato alla comprensione di come il cinema possa essere, per un bambino di sei anni, realmente il più grande spettacolo del mondo (dal titolo del film di Cecil B. De Mille, primo film visto al cinema dal piccolo Sam, alter ego del regista). Uno shock vero e proprio, accompagnato da timore e fascinazione, sensazioni inscindibili per chi mette per la prima volta piede in una sala cinematografica. Con papà Burt (Paul Dano), ingegnere, a spiegare minuziosamente la tecnica di funzionamento e mamma Mitzi (Michelle Williams), pianista, a rivelare i lati poetici della Settima Arte. Sin da allora i contorni della “missione” del piccolo Sam sono chiari: ricreare quella magia, manipolarla a piacimento al fine di esercitare un totale controllo su di essa. Donare cioè forma e vita a quella dimensione parallela in cui tutti, nella nostra vita cinefila, ci siamo rifugiati chissà quante volte. Ed è proprio in questa decisiva variazione del cammino narrativo di The Fabelmans che Steven Spielberg riesce nell’impresa di esulare dalla dimensione personale per approdare a concetti universali su cosa veramente rappresenti il Cinema per ognuno di noi. Con questa sua ultima fatica – ovviamente da lui anche sceneggiata, assieme a Tony Kushner – Spielberg lascia una sorta di preziosa eredità della quale sta alla soggettività del singolo spettatore stabilire il grado di valore. Comunque molto alto, se si amano quelle illusorie immagini in movimento.
Al di là di ogni lettura simbolica, The Fabelmans è anche un completo racconto di formazione il cui principale merito – cosa da non ritenere scontata nella filmografia spielberghiana – è la sincerità assoluta. Nessuna edulcorazione: le crisi famigliari possiedono un intensa drammaticità e la discriminazione razziale a cui è andato incontro l’adolescente Sam (ebreo, come Spielberg) è riproposta in ogni sua deprecabile sfumatura. Ancora una volta sarà il Cinema a svolgere una funzione salvifica: un medium artistico attraverso cui il giovane Sam/Spielberg troverà una personale connessione con il resto del mondo.
Tirando le somme. Nelle due ore e mezza di durata di The Fabelmans è presente tutto il Cinema realizzato o semplicemente amato da Steven Spielberg: da The Great Train Robbery di Edwin S. Porter al titanismo espressivo di Leni Riefenstahl di un tempo che fu. Da Ritorno al futuro di Robert Zemeckis ad American Graffiti di George Lucas, entrambi amici fraterni di Spielberg. Un percorso variegato ed emozionante senza tentazioni nostalgiche che si conclude con un incontro leggendario: quello con il nume John Ford, impersonato da un irriconoscibile David Lynch.
Il Cinema dunque, sembra sussurrarci Spielberg, non morirà mai, trovando sempre nuove ragioni per rigenerarsi. Persino dopo se stesso, autore di straordinaria importanza nella Storia di un Arte ancora giovane. Ed alla fine dell’affascinante labirinto che rappresenta la visione di The Fabelmans la sorpresa più grande sarà quella di trovare la nostra immagine riflessa sull’ultimo specchio, quello che precede il ritorno alla vita quotidiana. Come quasi sempre accaduto al termine dei film targati Steven Spielberg, che hanno scandito gli anni della nostra vita.

Daniele De Angelis

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