The Duke

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6.0 Awesome
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Chi ha rubato il ritratto del Duca?

Se, nel lontano 1999, il puntare tutto sul romanticismo e sulle storie d’amore impossibili (con il fortunato Notting Hill) aveva fatto sì che il regista sudafricano di nascita, ma inglese d’adozione Roger Michell diventasse famoso a livello internazionale, nel 2020 l’affidarsi (quasi) completamente a due pilastri della recitazione e alla verve del tipico umorismo british farà in modo che lo stesso riesca a strappare una buona dose di consensi e di applausi al pubblico di questa insolita 77° edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Perché, di fatto, The Duke – presentato Fuori Concorso – forte di una storia vera che già di per sé ha dell’incredibile, riesce, grazie a questo piccolo cocktail di azzeccati ingredienti, a far ridere e riflettere (pur scivolando, di quando in quando, un po’ troppo nel buonismo) per una buona ora e mezza, scendendo giù come un bicchiere d’acqua fresca.

A Helen Mirren, ma, soprattutto, a uno straordinario Jim Broadbent, dunque, il compito di ricoprire i ruoli dei protagonisti. Ci troviamo nel 1961. Kempton Bunton è un tassista di sessant’anni che fatica ad arrivare a fine mese, ma, nonostante le difficoltà del quotidiano e nonostante un grave lutto che lo ha colpito qualche anno prima, non ha mai perso il buonumore e non ha mai smesso di preoccuparsi per gli altri. La sua nuova battaglia consiste nel far sì che il governo decida di rendere gratuito per tutti i pensionati il canone televisivo. Al fine di ottenere l’attenzione necessaria, l’uomo deciderà di rubare alla National Gallery di Londra il prezioso ritratto del Duca di Wellington dipinto da Francisco Goya. Con i soldi del riscatto, vorrebbe finalmente fare un po’ di beneficenza.
Frizzante, colorato, arricchito da gustosi split screen, The Duke punta tutto sui suoi personaggi , affidando loro una serie di botta e risposta che riescono a reggere l’intero lungometraggio. E il pubblico se li gode eccome. E, come se non bastasse, resta anche rapito da questa insolita trama e da tutti i possibili risvolti che una storia del genere può avere. E fin qui funziona tutto alla perfezione.
Poi, tuttavia, accade qualcosa. Alcuni personaggi potenzialmente interessanti (la datrice di lavoro della moglie di Kempton, la nuora della coppia dal passato deprecabile) vengono totalmente abbandonati a sé stessi. La verve di Broadbent resta la stessa, ma pian piano si inizia a scavare sul suo passato, sui suoi dolori e sui suoi sensi di colpa. Una cosa perfettamente immaginabile, quello sì. Peccato solo che è come se il discorso fosse lasciato a metà, senza un necessario – per quanto breve – approfondimento, sfociando, al contrario, in una sequenza – quella del processo – che sa troppo di visto e già visto e dove i buoni sentimenti trionfano a tal punto da risultare quasi stucchevoli. Peccato.
Siamo ben lontani, in questo caso, da quanto aveva realizzato, a suo tempo, Frank Capra in L’Eterna Illusione (1938). E anche se, qui, allo stesso modo vengono professati i buoni sentimenti, l’importanza della solidarietà e dell’amore per il prossimo, manca quella tanto velata quanto graffiante e disincantata critica di fondo che ha fatto sì che Frank Capra passasse di diritto alla storia. Qui, ovviamente, stiamo parlando di qualcosa di totalmente diverso.
Sarebbe stato meglio, dunque, se il Michell si fosse affidato quasi esclusivamente a ciò che ha funzionato fin dall’inizio. Senza troppe pretese. E con due interpreti come Broadbent e la Mirren, insieme a uno script esilarante, di carte vincenti ce n’erano già parecchie.

Marina Pavido

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