The Conjuring – Il caso Enfield

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il demone nei dettagli

Se ogni epoca, passata e presente, ha avuto e ha il proprio storyteller di rilievo, nel cinema commerciale contemporaneo il primo nome da indicare sarebbe quello di James Wan, regista di origine malese il quale, con un pugno di film di genere, si è già costruito una, tanto solidissima quanto meritoria, fama nell’ambito del cinema indie prima e degli studios poi. E, dopo aver spaziato dal noir (il sottovalutato Death Sentence, del 2007) fino all’action puro (l’ottimo settimo capitolo della saga Fast & Furious, molto probabilmente il migliore della serie) per arrivare al terreno di caccia preferito, cioè l’horror, i risultati, sia in termini qualitativi che di botteghino, gli stanno dando pienamente ragione.
Anche questo The Conjuring – Il caso Enfield, secondo capitolo delle “avventure” paranormali dei coniugi Warren – Il primo, L’evocazione nella versione italiana, si rifaceva ai celebri fatti di Amityville –  non sfugge alla regola che prevede il cinema “meccanicistico” (non vuole essere un termine negativo, nello specifico caso…) del buon Wan oliato alla perfezione in ogni suo ingranaggio, contribuendo con ciò a creare un’efficacissima macchina fabbrica-brividi. Nel mettere in scena questa storia di una famiglia inglese priva di guida maschile, aspetto affatto secondario della vicenda, composta da madre e quattro figli, Wan infatti come suo solito predilige la strategia dello spavento improvviso, privo di sangue ma ricchissimo di angoli oscuri, porte cigolanti che si aprono, oggetti all’apparenza innocui se non tranquillizzanti che diventano, nelle sue mani, latori di terribili manifestazioni di presenze da un’altra dimensione, alla quale Wan riconosce tutti gli orrori e le sofferenze di questa terra di comuni mortali, moltiplicate però per un numero proporzionale di volte. E infatti anche questo suo ultimo lungometraggio dimostra la sua notevole riuscita quando la regia concede libero sfogo alla propria creatività, rendendo la proletaria abitazione della famiglia Hodgson una sorta di inestricabile labirinto infernale in cui gli spazi sono cosi ben definiti dalla macchina da presa da sembrare molto più grandi di quello che in effetti sarebbe; mentre funziona meno bene quando si affida (inevitabilmente?) ai cliché del filone esorcistico, con il consueto florilegio di crocefissi e frasi tipo “Vade retro, Satana“. Del resto inventare qualcosa di narrativamente nuovo, al giorno d’oggi, è impresa dalle tinte più impossibili che difficili. E il classicismo insito nella saga di The Conjuring, autentico contraltare formale dello sperimentalismo contenuto nell’altra saga horror di successo griffata Wan, cioè quella di Insidious, impedisce programmaticamente qualsiasi deliberato salto in avanti nel rinnovamento del genere. Non a caso, anche per tale motivo, gli incassi statunitensi sono andati a premiare in misura maggiore la prima piuttosto che la seconda.
Come c’era da aspettarsi anche in The Conjuring – Il caso Enfield, il giochino può dirsi comunque pienamente riuscito. La ragazzina posseduta, lo spazio metaforico dovuto all’assenza di una figura paterna nella quale il demone – o forse sarebbe meglio usare il genere femminile – si insinua, i coniugi Lorraine ed Ed Warren (sempre interpretati dagli ottimi Vera Farmiga e Patrick Wilson) che arrivano dalla lontana America a supportare la famiglia in difficoltà – e al personaggio di Wilson spettano pure un paio di scene empaticamente toccanti come padre surrogato – nonché a tentare di risolvere la situazione, costituiscono elementi prevedibili e perciò “rassicuranti” su cui il pubblico, in tutta evidenza, fa pieno affidamento. Senza dimenticare la nota beffardamente ironica, ad esempio quando nelle sue prime apparizioni lo spirito maligno cambia continuamente il canale del programma televisivo che sta guardando la giovanissima Janet (bravissima e giustamente costernata Madison Wolfe) preferendogli addirittura un discorso di Margaret Thatcher, dato che i fatti raccontati nel film si svolgono alla fine degli anni settanta, in piena alba thatcheriana. Con le preferenze “politiche” del Male già ben orientate…
Se quindi si aggiunge anche una notevole abilità nello giocare con il sottile confine tra realtà e finzione, come testimoniano le immagini dei titoli di coda, non si può far altro che togliersi il cappello di fronte all’abilità di James Wan e della sua squadra. Forse il vero demone multiforme e incantatore, alla fine dei conti, è proprio lui, abile giocoliere di un cinema ludico da smontare e rimontare a totale godimento della platea.

Daniele De Angelis

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