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The Artifice Girl

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VOTO: 8

Invecchiare accanto a un’Intelligenza Artificiale

Ieraticamente orchestrato in tre atti, sobrio e minimalista anche nella messinscena, The Artifice Girl è la dimostrazione che pure con un budget ristretto e senza puntare sugli effetti speciali si può dar vita a una fantascienza di prim’ordine, narrativamente avvincente, con una precisa impronta etica e filosofica. Fa quindi doppiamente piacere che l’opera prima di Franklin Ritch, meno spettacolare di altre, da seguire con un’attenzione pari all’intensità dello script, abbia appassionato gli spettatori del Trieste Science + Fiction Festival 2022 al punto di suscitare fragorosi applausi, al termine della proiezione. Indizio anche questo di un pubblico esigente e con una indiscutibile competenza in materia.

Prologo rivelatore: una dei protagonisti a colloquio con Siri per alcune faccende domestiche. La natura del dialogo sottolinea beffardamente che siamo ancora lontani da una reale conversazione e, soprattutto, dalla presenza di una vera IA. L’incipit del film, serratissimo, comincerà però a cambiare le carte in tavola già dalla sequenza successiva, impostata accentuandone quella dimensione da futuristico kammerspiel, ma flirtando al contempo con gli stilemi di un morboso cyber-thriller. Assistiamo infatti all’interminabile e sempre più teso interrogatorio da parte degli agenti speciali Dena Helms e Amos McCullough di un giovane mago della tecnologia digitale, Gareth, di cui lo spettatore è portato inizialmente a sospettare il coinvolgimento in reati di pedofilia online.
Sospettoso e diffidente, il ragazzo racconta innanzitutto a chi lo sta torchiando di certi lavori da lui precedentemente intrapresi in campo cinematografico; ed è questo, per l’autore Franklin Ritch, un valido pretesto per ironizzare sottilmente su certe opinabili derive del cinema contemporaneo, allorché Gareth afferma di aver collaborato all’elaborazione digitale delle figure di alcuni attori, già morti, reintegrati con tale artificio nei più recenti sequel di Star Wars. L’asse tematico – ed etico, naturalmente – del film va così definendosi. Tant’è che le implicazioni di questa prima scoperta, maturata durante l’interrogatorio, ci hanno fatto subito tornare in mente come veniva trattata un’analoga situazione, ovvero il sottrarre agli attori la proprietà intellettuale della propria immagine attraverso strumenti tecnologici, in quel multiforme capolavoro che è The Congress di Ari Folman.

In The Artifice Girl si approda però a uno stadio differente, nel parossistico processo di abbattimento dei confini tra umano e non umano. Scopriremo infatti ben presto, essendone in parte già al corrente gli stessi investigatori, che Gareth ha operato su internet stazionando non sul versante dei pedofili, ma come solitario vigilante della rete – e informatore della polizia coperto dall’anonimato – in grado di smascherare sadici e pervertiti con l’aiuto di una misteriosa ragazzina, Cherry. Colei che d’altro canto si scoprirà essere non una persona reale, ma una creazione digitale dello stesso Gareth incredibilmente verosimile nelle sue apparizioni video e dotata di funzioni cognitive tali da far sospettare anche qualcos’altro. Già, dove si è spinto il suo demiurgo nel progettarla? Quella esibita dalla ragazzina virtuale è soltanto efficienza nel contrastare in rete gli odiosi crimini dei pedofili o può aver sviluppato nel mentre una sensibilità propria, la capacità ad esempio di provare emozioni?
Senza anticipare troppo sui successivi stadi della narrazione, resi ancor più pregnanti e coinvolgenti dall’inesorabile invecchiamento dei membri del piccolo team investigativo (del quale, accertata la bontà delle sue intenzioni, è stato chiamato a far parte anche Gareth), proprio mentre l’eterna bambina Cherry sul monitor e in seguito anche fuori si dimostra sempre più umana, sono senz’altro i confini etici lambiti dal racconto a solleticare maggiormente la curiosità e l’intelletto dello spettatore. L’assai maturo esordio di Franklin Ritch riprende così il filo di taluni discorsi che, con le differenze del caso, erano già stati anticipati con indubbio vigore in A.I. – Intelligenza artificiale (2001) di Steven Spielberg (con la sagoma imponente di Kubrick sullo sfondo) e L’uomo bicentenario (1999) di Chris Columbus. La notevole cultura fantascientifica e l’amore per determinati generi cinematografici del giovane autore sono resi poi più evidenti da una felice scelta di casting: ai comunque bravissimi interpreti principali va infatti ad affiancarsi, proprio nella parte finale, quel Lance Henriksen sulla cui iconicità nella science fiction cinematografica eviteremo qui di soffermarci. Ma solo per ovvie ragioni di sintesi, dato che l’androide Bishop di Aliens – Scontro finale nonché protagonista della serie Millennium di storie da raccontarci ne avrebbe fin troppe.

Stefano Coccia

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