The Affair

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I punti di vista dell’amore

The Affair è una serie televisiva statunitense trasmessa da Showtime a partire dal 2014; a novembre negli U.S.A. partirà la sua terza stagione, mentre in Italia Sky Atlantic ha da poco iniziato a trasmetterne la seconda. L’idea della serie è di Hagai Levi, l’ideatore di In Treatment, e di Sarah Treem, autrice per la serie di Levi e attualmente unica showrunner di The Affair. Nei suoi primi due anni di vita la serie ha guadagnato diversi riconoscimenti (Emmy e Golden Globes), come è già accaduto ad altri produzioni Showtime, che è un network via cavo specializzato in serie tv (tra le quali Homeland, Dexter, Nurse Jackie e Masters of Sex) lontane dalla sensibilità da tv generalista.
L’argomento centrale della serie è piuttosto semplice: un uomo e una donna, entrambi in un matrimonio solido ma insoddisfacente, iniziano una relazione e ne affrontano le conseguenze. A rendere la serie notevole è però il modo in cui questa storia viene raccontata. The Affair è l’ideale serie contemporanea, in quanto la sua impostazione è essenzialmente originale, ma allo stesso tempo riprende degli approcci narrativi conosciuti dallo spettatore medio, che li riconosce e li apprezza. Tra queste influenze la prima a venire in mente è True Detective, tanto che qualcuno ha definito The Affair come “True Detective meets Rashomon”: la cornice narrativa della vicenda è infatti un interrogatorio della polizia, o meglio, due interrogatori paralleli, durante i quali una vicenda accaduta diversi anni prima viene ricostruita attraverso le parole (e quindi i flashback) degli interrogati. Come Rust Cohle e Marty Hart, Noah e Alison (i protagonisti di The Affair) fanno un riluttante resoconto delle vicende che li hanno coinvolti, e come i due detective di Nic Pizzolato spesso mentono. Questa cornice narrativa, inoltre, permette di stuzzicare lo spettatore lasciando vaghi indizi su quello che è successo ai personaggi dopo gli eventi dei flashback e prima dell’interrogatorio che si svolge al presente. Un altra influenza è Twin Peaks, non nello stile, che rispetto al lavoro di David Lynch è decisamente più realistico, ma nella rappresentazione di una cittadina fuori dal mondo, in cui si inseriscono personaggi ad essa esterni; quella che per l’agente Dale Cooper era stata Twin Peaks, per Noah è Montauk, isoletta turistica all’estremità di Long Island dove Noah va in vacanza con la famiglia e dove conosce Alison, ragazza del luogo. Il rapporto tra la vita di città e l’ambiente naturale di Montauk è uno dei temi fondamentali della serie, strettamente legato ad un altro conflitto cardine, ovvero il rapporto tra chi dispone di denaro (i turisti di Montauk) e chi deve lottare, spesso in modo poco limpido se non illegale, per averne (la gente del luogo). Altre due influenze sulla serie: Elena Ferrante, citata in diverse interviste dalla showrunner, e Rashomon. Quest’ultimo riferimento cinematografico aiuta a inquadrare il principale narrative device di The Affair: ogni puntata mostra la stessa finestra temporale prima come raccontata da Noah, e poi da Alison. Mostrare la differenza tra due ricostruzioni del passato è un raffinato gioco psicologico, qui portato alle estreme conseguenze: molto spesso i fatti ricordati sono nettamente diversi nelle due versioni mostrateci. Per esempio, chi guarda la prima parte del primo episodio può giudicare Alison come maliziosa e sessualmente sfrontata nei confronti di Noah, che in questo caso è il narratore; nella seconda parte, raccontata da Alison, lei è molto più controllata nelle sue azioni, e ad essere malizioso e sfrontato questa volta è Noah. Nella prima parte, Alison convince un indeciso Noah a fumare, nella seconda è Noah ad offrire insistentemente una sigaretta ad una riluttante Alison. Le differenze tra i ricordi di Noah e Alison sono inizialmente la principale attrattiva di The Affair, sebbene talvolta artificiose o ripetitive. Con l’avanzare della serie, il fascino può lasciare spazio all’incredulità per le differenze troppo palesi tra le due ricostruzioni. Ad esempio, nel primo finale di stagione un momento altamente drammatico (alcuni personaggi sono minacciati con una pistola) è sorprendentemente diverso nelle due versioni. L’intento della showrunner Sarah Treem è chiaramente quello di mettere lo spettatore davanti alla domanda: “Come faccio a sapere se quello che ricordo non è completamente diverso da quello che le altre persone ricordano?”. La doppia narrazione di The Affair esemplifica il tema caro alla psicologia per il quale gli individui tendono a sovrastimare o a sottovalutare certi fattori che determinano le azioni delle altre persone, ricostruendo perciò in modo “personale” quello che vedono. In “Uno Nessuno e Centomila” Luigi Pirandello descrive il terrore di scoprire che quello che vediamo, e come ci vediamo, è completamente diverso rispetto a come ogni altro individuo vede le cose, e noi stessi. La conclusione implicita della serie è che ogni fatto è interpretazione (lo aveva già detto Nietzsche), e se esiste una verità oggettiva essa non corrisponde ai ricordi che le persone hanno degli avvenimenti. Ognuno ha la sua versione dei fatti.
Così, il successo di The Affair è spiegato: la narrazione divergente tra i ricordi diversi cattura l’attenzione e affascina, come anche quella convergente che collega il passato (Montauk) al presente (l’interrogatorio). Inoltre, ispirandosi a dei classici della tv e del cinema, la serie adotta qualcosa di già visto e lo riutilizza in modo tale che diventi qualcosa di nuovo. Vedere il già visto, e scoprirlo per la prima volta.
I personaggi principali e i loro interpreti sono un altro grande motivo di interesse di The Affair. Noah e Alison sono gli indiscussi protagonisti della prima stagione, la quale racconta del loro innamoramento. Helen e Cole, i loro coniugi, sono personaggi così ben scritti (anche se inizialmente poco utilizzati) che nella seconda stagione la serie allarga la prospettiva cominciando a mostrare anche la loro versione dei fatti, rendendoli a tutti gli effetti protagonisti. Ognuno dei quattro personaggi è interpretato da un attore noto per almeno un altro ruolo di grande fama: Dominic West, di The Wire, è Noah, Ruth Wilson (Luther) è Alison, Maura Tierney (E.R.) è Helen, e Joshua Jackson (Dawson’s Creek, Fringe) è Cole. Le loro performance presentano un’ammirevole autenticità: quand’è che abbiamo visto un uomo in crisi per le sue ambizioni più combattuto di Noah, o una moglie-madre più credibilmente umana di Helen? E una donna così irrisolta quanto Alison, o un uomo tanto bloccato dai suoi traumi e nelle sue convinzioni quanto Cole? Per quanto riuscita sia la scrittura della serie, se questi quattro ci sembrano più persone che personaggi è solo merito degli attori. Questo fatto è provato specialmente dalla seconda stagione, meno compatta dal punto di vista narrativo e quindi ancora più dipendente dalla credibilità degli attori.
Tra i difetti della serie c’è la sua occasionale macchinosità, e la poca credibilità di certe coincidenze, necessarie a far avanzare la storia ma poco convincenti, o realistiche, agli occhi dello spettatore. La regia è generalmente anonima, e le sue invenzioni originali sono molto poche, il che però è pienamente giustificabile in una serie esplicitamente costruita attorno alla forza delle emozioni e dei fatti raccontati.
Avendo allargato il mosaico delle narrazioni, la seconda stagione non si limita più al resoconto della relazione tra Noah e Alison, e cambia anche location, dedicando poco spazio a Montauk, centrale nella prima stagione. Oltre a ciò, ulteriori salti temporali e il prosieguo della storyline ambientata nel presente hanno già reso questa stagione qualcosa di completamente diverso dalla prima. Qualcosa di meno semplice e potenzialmente sopra le righe, ma per nulla meno affascinante.

Riccardo Basso

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