Tengo miedo torero

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Amour fou cileno

L’anno scorso il Festival #Cineuropa33 aveva proiettato la pellicola El príncipe (2019) di Sebastián Muñoz, e per questo #Cineuropa34 presenta Tengo miedo torero (2020) di Rodrigo Sepúlveda Urzúa, un altro spaccato sulla storia cilena del recente passato. Se l’opera di Muñoz era ambientata ad inizio Settanta, Tengo miedo torero si svolge nel 1986 (verso la fine dalla radiolina della protagonista ascoltiamo il fallito attentato ad Augusto Pinochet). Tra le due pellicole, oltre ad essere cilene, due sono i veri punti di contatto: la prima è la tematica Queer (El Príncipe si era aggiudicato alla Mostra di Venezia il Premio Queer Lion), e Tengo miedo torero affronta l’argomento dell’omosessualità direttamente, mettendo al centro della vicenda La loca de frente, un anziano travestito immerso nella sua solitudine e facile all’innamoramento; il secondo contatto tra le due pellicole è l’attore Alfredo Castro, che lì interpretava un carcerato coriaceo e qui un travestito delicato e sognatore. La sua interpretazione è la conferma della versatilità dell’attore cileno e del coraggio nell’accettare ruoli scomodi e difficili. Senza dimenticare che ambedue le opere erano passate ala Mostra di Venezia, in questo caso l’opera di Sepúlveda nella sezione Giornate degli Autori.

Tratto dall’omonimo breve romanzo dello scrittore Pedro Lemebel, che fu pubblicato nel 2001, la pellicola è sceneggiata dallo stesso Sepúlveda e da Juan Elias Tovar, che tra l’altro era stato il consulente letterario per Roma (2018) di Alfonso Cuarón. Il titolo Tengo miedo torero deriva da un verso di una vecchia canzone melodrammatica della cantante spagnola Sara Montiel, e nel romanzo è la frase convenzionale utilizzata dai due protagonisti per comunicare. Se nel romanzo lo sfondo politico è molto più accentuato, con apparizioni di Pinochet e di sua moglie, la pellicola predilige concentrarsi sull’aspetto intimo della storia, in particolare su La loca de frente. Prevalentemente girato nell’appartamento del protagonista, o nella piccola via dove abita, le brevissime concessioni esterne (le scene delle proteste per le strade) riferite alla storia del 1986, divengono anche metafora di quanto è accaduto e accade tutt’oggi a Santiago de Chile, ossia i dissensi del popolo per il carovita e la corruzione. La violenza della polizia della dittatura continua ancora oggi, come ad esempio con l’ambigua uccisione dell’artista di strada Daniela Carrasco. Tengo miedo torero per tanto è più teso alla costruzione di un melodramma, di un amour fou tra due personaggi differenti. Il protagonista è un sognatore, volutamente fuori dalla cruda realtà sociale e politica che affligge il Cile, e che predilige solamente farsi cullare dalla suadente vecchia musica romantica; mentre il giovane Carlos è un guerrigliero, che si relaziona con La loca de frente solo per avere un paravento per coprire le sue azioni e quelle dei suoi compagni. Anche nel finale liberatorio, ma al medesimo tempo indicatore della la solitudine del protagonista, tra l’altro molto simile a quello de I quattrocento colpi (Les quatre cents coups, 1959) di François Truffaut, non sappiamo con precisione se i sentimenti di Carlos siano cambiati e corrispondano a quelli del protagonista, oppure è l’ennesimo modo di proteggere se stesso e il suo gruppo. Tengo miedo torero, ottimamente fotografato da Sergio Amstrong, lo stretto collaboratore di Pablo Larraín, che ammanta la storia di colori lividi e tocchi di sfumature romantiche, potrebbe ricordare i meló queer di Almodovar, però è molto più vicino a Stonewall (1995) di Nigel Finch, ossia nel riuscire a far capire la sensibilità omosessuale, ambientando la vicenda su un particolare sfondo storico.

Roberto Baldassarre

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