Télécommande

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7.0 Awesome
  • voto 7

Libere voci in off

Per molto tempo ho girato in Iran a viso scoperto. Ma ho deciso di non trasmettere immagini che potessero danneggiare le persone che mi avevano dato la loro fiducia. Ecco perché in questo film ho scelto l’anonimato, per tutelare me stessa e gli altri“. Chi meglio dell’autore può trovare le parole giuste per riassumere il senso e le intenzioni della sua opera, a maggior ragione se di tratta di un’opera come Télécommande. In questo documentario presentato in concorso alla 34esima edizione del Bergamo Film Meeting nella sezione “Visti da vicino“, il senso tanto quanto le intenzioni alla base del processo creativo e dello sviluppo filmico sono nobili, importanti, di grandissimo interesse e soprattutto di stretta attualità.
In tal senso, le parole, le idee e i pensieri vedono aumentare il rispettivo peso specifico anche grazie alle figure che se ne fanno carico, mettendoci la voce e la faccia. Purtroppo, non è sempre possibile esprimere liberamente le proprie opinioni su questo o quell’altro argomento, in particolare in Nazioni e parti del mondo dove la libertà di dire e fare viene limitata sino ad essere nei peggiore dei casi negata. La censura (persino preventiva), il controllo e addirittura la messa al bando, l’esilio, le persecuzione e la prigionia, sono le “armi” con le quali si attuano tali restrizioni, contrarie a qualsiasi forma democratica di espressione intellettuale, culturale, politica, religiosa e anche artistica. Restringendo il campo alla Settima Arte, non sono pochi infatti i casi balzati alle cronache internazionali di registi ai quali è stato messo il bavaglio e le manette. La loro unica colpa è stata quella di aver realizzato dei film che non assecondassero o appoggiassero regole, leggi o tradizioni imposte dai regimi vigenti. Tanto per citarne una, l’Iran è tra i Paesi dove situazioni di questo tipo continuano ad essere all’ordine del giorno, con il ricordo che non può non andare a cineasti come Jafar Panahi e Mahnaz Mohammadi, che per anni hanno dovuto fare i conti con severissime e assurde violazioni e misure restrittive. L’alternativa per proseguire la carriera era e continua ad essere la fuga dolorosa dalla propria terra, come è stata costretta a fare ad esempio Desiree Akhavan (attrice e regista di origini iraniane trapiantata in America, autrice di Appropriate Behaviour) o la regista di Télécommande, anch’essa iraniana di nascita, rifugiatasi in quel della Francia, ma  della quale non si conosce l’identità per motivi di sicurezza come avrete avuto modo di leggere nell’introduzione di questa pubblicazione. Quest’ultima, come la Akhavan, ha continuato a fare cinema, ma diversamente da lei ha deciso di tornare in patria per raccontarne un momento chiave in un documentario.
Il risultato non può portare la sua firma, non può circolare con il suo nome, ma può raggiungere gli schermi cinematografici dei festival e far riflettere quegli spettatori che avranno la fortuna di vederlo. Resta e resterà un’opera anonima come una lettera o un messaggio, ma la scelta dell’anonimato non è un atto di codardia, ma una forma di tutela per l’opera stessa e per coloro che vi hanno lavorato. Il coraggio dell’autrice non deve essere messo in discussione. La scelta di non mostrare il suo volto e quello delle persone che l’affiancano nel racconto va rispettata e sostenuta ed è quanto intendiamo fare noi di CineClandestino. I contenuti dei quali si fa portatrice la pellicola sono devastanti e come un’inchiesta colpiscono nel segno. In Télécommande siamo nella Tehran del giugno 2013. Gli iraniani si preparano a eleggere il nuovo Presidente. Inchiodati davanti alla tv, commentano la campagna presidenziale trasmessa dai canali nazionali: le allusioni che accompagnano la parata di candidati tradiscono il disappunto degli spettatori. Dopo il 2009, può il popolo iraniano credere ancora alla politica? Nella privacy delle proprie case, di fronte alla propaganda di Stato, alle immagini che arrivano dal satellite, dall’Occidente, dall’Egitto e dalla Siria, donne e uomini parlano liberamente delle proprie speranze, della propria rabbia e delle proprie paure.
Lunghe riprese statiche in salotti, cucine e camere d’albergo, con un televisore sempre acceso che mostra in presa diretta le fasi delle elezioni presidenziali, rappresentano il tessuto drammaturgico e audiovisivo dell’operazione. Si chiede uno sforzo allo spettatore, poiché la fruizione sul piano visivo appare piuttosto limitata, faticosa per coloro che sono abituati a un mix ipercinetico di fotogrammi, ma più che sulle immagini è sulle voci off che si celano dietro la videocamera che bisogna concentrarsi. Il flusso audio che ne scaturisce è potentissimo, amaro da mandare giù perché tremendamente vero. Ed è questa verità, la libertà con la quale viene messa a disposizione del destinatario di turno a rappresentare la sua grande forza. Télécommande è un film politico per le cose che dice e per come le dice.

Francesco Del Grosso

 

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