Sydney

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8.0 Awesome
  • voto 8

Legami di sangue

Storicamente il primo passo di una qualsiasi carriera artistica riveste un’importanza assoluta, se non altro perché può indicare le coordinate di una direzione futura. Osservato sotto tale prospettiva Sydney (conosciuto negli States anche con il titolo di Hard Eight, 1996) è un’opera in grado di illuminare ogni lettura “a posteriori” sul cinema di Paul Thomas Anderson. Il quale, alla tenerissima età di ventisei anni, sceglie un genere quantomai impegnativo poiché carico di storia pregressa e significati reconditi per rivoltarlo a proprio originalissimo modo, quasi a scolpire una dichiarazione d’intenti a proposito di quello che sarà il suo modus operandi cinematografico nelle pellicole a seguire. Così il noir – genere in questione – diventa “altro”, una faccenda personale da guardare molto più con il cuore che con la mente dopo le classiche digressioni critiche aventi come bersaglio l’intera società americana, in grandi film come ad esempio Il lungo addio (1973) di Robert Altman, autore destinato in seguito a divenire una delle pietre di paragone del cinema andersoniano. Non in Sydney, però; perché nel film risulta quasi del tutto assente quella forma di distacco oggettivo capace di proiettare un’opera nel ristretto olimpo dei capolavori. Meglio così, verrebbe da dire. In parte perché il tempo non sarebbe mancato, all’allora giovanissimo Paul Thomas Anderson; molto perché, così com’è, Sydney resta un imperfetto – probabilmente anche a causa dei dissidi tra produzione e giovane regista – ma vitalissimo lungometraggio carico di attenzione verso i suoi personaggi, e dunque in grado di farci cogliere con immediatezza il particolare afflato umanista del suo autore.
Anche l’impianto narrativo, del resto, fornisce precise indicazioni in tal senso. Un terzetto di personaggi di rilievo – in primis quello che fornisce il titolo al film – alla ricerca di un completamento di se stessi inseriti in una cornice dove il falso, l’effimero regnano incontrastati. Siamo infatti a Reno nel Nevada, lo stato capitale del gioco d’azzardo. Il giovane John (interpretato da John C. Reilly: non è affatto raro, nel cinema di Paul Thomas Anderson, che i personaggi vengano ribattezzati con il nome dell’attore per cui erano stati pensati in sede di sceneggiatura) non se la passa affatto bene. L’incontro con il misterioso Sydney (un carismatico, eccellente Philip Baker Hall, attore molto presente nel cinema andersoniano) sembra preludere ad una svolta. L’uomo più anziano pare prendere il ragazzo sotto la sua ala protettiva. Ma cosa c’è dietro? Sullo sfondo, a completare lo scenario di prammatica, si muove una ragazza tanto affascinante quanto umorale di nome Clementine (Gwyneth Paltrow), di cui John si innamora, nonché un paio di personaggi ambigui cui prestano corpo e voce due attori magistrali come Philip Seymour Hoffman e Samuel L. Jackson. Al metaforico tavolo verde, insomma, le carte sono state calate. C’è il romanzo di formazione, costituito dal tirocinio di John nei confronti della vita vera, quella dove non tutto è come appare e in cui bisogna obbligatoriamente guardarsi le spalle per sopravvivere. C’è il mistero, rappresentato dalla figura di un Sydney avvolta nella nebbia più densa per quasi tutta la durata del film fino al sorprendente, ma non del tutto inatteso, epilogo: chi è in realtà? Vuole veramente il meglio per John? C’è anche, come in qualsiasi noir che si rispetti, una dark lady. Ma quest’ultima, anche in virtù dell’aspetto fisico della Paltrow, è completamente agli antipodi della figura retorica della femme fatale di hollywoodiana memoria. Già da questi particolari si palesano le intenzioni dell’autore di realizzare qualcosa di nuovo ed estremamente personale. E il noir di partenza comincia a impallidire, assumendo tinte meno fosche comunque inserite in un contesto da “mors tua vita mea” all’ultima puntata d’azzardo. Emerge così in nuce uno degli elementi caratterizzanti della parte iniziale della filmografia andersoniana, ovvero il concetto di gruppo – ridotto o meno – visto come ultimo riparo alle intemperie della vita. Aspetto che troverà autentica sublimazione nel successivo Boogie Nights (1997) ma che è possibile intravedere con nitore già a partire da Sydney. Il quale film altro non è che un punto di partenza, prima tappa di un percorso di ricerca squisitamente antropologica che porterà Paul Thomas Anderson ad esplorare gli innumerevoli aspetti della natura umana. Tutto ritorna e al contempo tutto cambia, nel suo cinema. Il Sydney dell’esordio è parente stretto del Jack Horner/Burt Reynolds di Boogie Nights, ma pure dei patriarchi sui generis presenti in Magnolia (Earl Partridge/Jason Robards), ne Il petroliere (Daniel Plainview/Daniel Day Lewis) oppure in The Master (Lancaster Dodd/Philip Seymour Hoffman). E a tutte queste figure esiste un corrispondente più giovane, da plasmare e per molti versi iniziare ai tanti dolori e alle poche gioie dell’esistenza. Semplificando al massimo ogni discorso teorico potremmo dire che il cinema di Paul Thomas Anderson – e Sydney ne è primissimo nonché fulgido esempio – si basa sull’interazione tra esseri umani affini, esplorando senza sosta gli oscuri meandri dell’attrazione tra persone declinata in chiave non necessariamente sessuale. Anzi.
Il genere di appartenenza, a questo punto, diventa una maschera, quasi un mero pretesto. L’attenzione è catalizzata proprio dall’osservazione, assieme scientifica ed emozionale, di tali dinamiche. L’interesse del singolo spettatore – oseremmo quasi parlare di suspense, esulando appunto da qualsiasi riferimento ad un singolo genere – si annida lì: in quella zona di impossibile collocazione dove può nascere un rapporto tra persone che cessano di essere bidimensionali personaggi di quella che un tempo si chiamava celluloide per approdare alla verosimiglianza assoluta. Non a caso Paul Thomas Anderson si è sempre segnalato tra i fautori del mantenimento della pellicola in luogo del digitale, nonché uno dei pochissimi cineasti a girare ancora film in 70mm (The Master). Per un cinema che non vuole, concettualmente parlando, porre limite al suo orizzonte. Persino in un “piccolo” film, intimo e personale, come Sydney. Tuttavia strettamente imparentato con gli altri a venire nel nome di un amore verso la Settima Arte con pochissime eguali. E, così come il primo bacio, pure il primo film è impossibile da dimenticare. Anche e soprattutto per coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo.

Daniele De Angelis

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