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Sweet Dreams

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VOTO: 8,5

L’ultimo raccolto

Nel programma di Pesaro Capitale italiana della cultura 2024 andato in scena nel corso della 60esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, gli spettatori presenti hanno potuto recuperare uno dei film più interessanti della stagione. Si tratta di Sweet Dreams di Ena Sendijarević, il cui percorso festivaliero che lo ha portato sino alla kermesse marchigiana è stato segnato da una serie di importanti tappe tra cui quelle alle passate edizioni di Toronto e Locarno, laddove ha raccolto consensi da parte del pubblico e critiche positive dagli addetti ai lavori. Il ché avrà probabilmente convinto l’Academy dei Paesi Bassi a sceglierlo come loro candidato ufficiale agli Oscar 2024 per la categoria lungometraggi internazionali. La pellicola è infatti una co-produzione olandese seppur diretta da una regista e sceneggiatrice bosniaca, che però da anni vive e lavora ad Amsterdam.
La Sendijarević, già autrice della pluripremiata opera prima Take Me Somewhere Nice, sposta lo sguardo dalle sue origini al passato coloniale del paese che l’ha accolta e lo ha fatto con un inquietante quanto magnetico racconto d’epoca ambientato nelle Indie Orientali olandesi nei primi del Novecento. La storia si svolge in Indonesia dove Jan, ricco possidente, ha le sue piantagione di zucchero. Quando l’anziano uomo muore, suo figlio che vive in Europa, si reca sull’isola pensando di essere l’unico erede della cospicua fortuna del padre. Ma per sua grande sorpresa scopre che Jan ha lasciato tutte le sue proprietà a Siti, sua concubina e domestica indonesiana di cui nessuno sapeva nulla. Inoltre, l’eredità di tutti i suoi possedimenti passerà al figlio illegittimo che l’uomo ha avuto con la donna. Il testamento del defunto crea una serie di reazioni e di eventi che scuoteranno l’intera famiglia, mettendo in discussione il valore dei legami di sangue.
Sweet Dreams è dunque la cronaca spietata e senza filtri degli eventi tumultuosi che seguiranno all’improvvisa rottura di un equilibrio domestico già precario. Rottura, questa, che porterà a galla i più bassi istinti, i vizi, le perversioni e anche le ossessioni dei personaggi coinvolti. Questi diventano lo specchio che riflette una natura umana corrotta, incapace di provare affetto disinteressato e per la quale contano solamente il potere e il denaro. Il tutto passa e si riversa sullo schermo con e attraverso un’opera che coniuga una satira spietata quanto ferocea un’estetica sontuosa. Le figure che la popolano si muovono, pensano e reagiscono come animali selvaggi chiusi in gabbia. Ciò aumenta via via la loro aggressività e trasforma le mura della villa e i confinidelle piantagioni che fanno da cornice negli spazi circoscritti di una prigione fatta di sbarre invisibili. E qui entrano in “gioco”le performance attoriali e il lavoro dietro la macchina da presa della cineasta e del direttore della fotografia Emo Weemhoff. Da una parte l’intero cast, capitanato da una notevolissima Renée Soutendijk nei panni della vedova Agatha (giustamente premiata a Locarno per questa interpretazione), offre una prestazione maiuscola che consente alle conflittualità interne e alle guerre intestine di materializzarsi sullo schermo fino a implodere sullo schermo. Mentre la confezione estetico-formale dominata da inquadrature distorte grandangolari, nelle quali i movimenti chirurgici (lenti zoom in primis) si alternano a quadri fissi prospettici o zenitali, fanno il resto, enfatizzando in maniera assolutamente funzionale l’aggressività e la malvagità dell’ambiente.

Francesco Del Grosso

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