Sweat

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Effetti collaterali

Il label raffigurante una palma che precede l’inizio di Sweat sta a certificare l’avvenuta selezione dell’opera seconda di Magnus von Horn al Festival di Cannes 2020, edizione che come noto non si è tenuta né fisicamente tantomeno online a causa delle note cronache pandemiche, le stesse che hanno costretto gli organizzatori della storica kermesse a posticipare quella di quest’anno al periodo estivo (al momento si ipotizza nel mese di luglio) per evitare un’ulteriore cancellazione della prestigiosa manifestazione cinematografica. Questo ha di fatto impedito al cineasta svedese di accompagnare il suo nuovo film sull’ambita croisette, laddove avrebbe dovuto tenersi l’anteprima mondiale, ma non ha fermato però il suo cammino che ha portato Sweat a fare tappa onsite e virtualmente in altre importanti appuntamenti del circuito festivaliero internazionale tra cui il Trieste Film Festival 2021. Ed è qui che la pellicola ha fatto scalo, seppur in streaming, nel concorso lungometraggi della 32esima edizione.
Proprio la kermesse giuliana ci ha dato l’opportunità di recuperare questa co-produzione polacco-svedese, che tra i punti a favore ha senza dubbio l’intensa e fisica performance dell’attrice protagonista Magdalena Kolesnik, qui alle prese con un personaggio assai complesso e scivoloso, quello di una motivatrice del fitness di 30 anni che vive a Varsavia ed è diventata una celebrità grazie a un uso sfrenato dei social media. Si tratta di Sylwia Zając, figura mai esistita se non nella mente dell’autore della sceneggiatura (il regista stesso), ma che non si farebbe alcuna fatica a rintracciare nella vita reale. Come lei, di influencer o aspiranti tali partorite dal ventre fecondo di un’epoca 2.0, se ne trovano a migliaia e a tutte le latitudini. Per cui ogni riferimento a volti più o meno noti non sono per nulla casuali, al contrario. Lei come i modelli ai quali assomiglia si è costruita da sé, collezionando followers (600.000) e facendosi strada a colpi di post, twitt e video virali come quello pubblicato su Instagram nel quale confessa di sentirsi sola. Un video che le creerà non pochi problemi, attirando l’attenzione di uno stalker che si piazza con l’automobile fuori dal suo appartamento. Sylwia tenta di ignorarlo concentrandosi sui molti impegni, ma quando le manifestazioni della sua presenza diventano via via più pesanti, trova difficile restare positiva e continuare a sorridere.
Sweat si trasforma così nell’ennesimo film ammonitorio, di quelli che puntano il dito sull’uso dei social network. Lo fa mostrandone gli effetti collaterali, quelli ai quali si può andare incontro quando l’esposizione mediatica, il volere apparire e la popolarità di chi se ne serve crescono diventando un fattore di rischio. La protagonista ne ha fatto la propria ragione di vita, il linguaggio odierno per comunicare con l’altro, oltre che una fonte ingente di sussistenza economica. Ma tutto questo ha un prezzo da pagare che nel caso di Sylwia diventa un incubo ad occhi aperti che ne mette in pericolo l’incolumità, quel tanto che basta a farle mettere in discussione tutto. Magnus von Horn mostra come questo incubo può diventare realtà sotto le sembianze di uno stalker, in una tre giorni che metterà la vittima e il carnefice uno davanti all’altro. Torna alla mente The Fan, ma con traiettorie diverse che portano però allo stesso cruciale spunto di riflessione. Si perché quello del cineasta scandinavo è un film che vuole fare riflettere il fruitore su un tema di strettissima attualità, da maneggiare con estrema attenzione poiché estremamente sensibile.
Dunque più che alle emozioni e al coinvolgimento rispetto alle vicissitudini della protagonista, Sweat punta sul messaggio e lo fa con decisione, incisività e qualche colpo allo stomaco ben assestato per renderlo più chiaro ed efficace come la scena del primo incontro/scontro con l’uomo che la tormenterà e il pestaggio notturno.

Francesco Del Grosso

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