STYX

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Sulle acque dello Stige

Se pensiamo a un lungometraggio come STYX – frutto di una coproduzione tra Germania e Austria, diretto da Wolfgang Fischer e presentato in anteprima alla 68° edizione del Festival di Berlino, all’interno della sezione Panorama – possiamo notare come, secondo un noto detto in ambito cinematografico, siano presenti i classici “elementi maledetti”, ossia fattori che rendono particolarmente difficile, se non, in alcuni casi, addirittura impossibile, la realizzazione di un film.
In primo luogo, v’è una barca: la barca su cui la protagonista Rike – un giovane e brillante medico – decide di trascorrere una vacanza in solitaria. Non è semplice gestire le barche, si sa. Eppure, nel corso degli anni, c’è chi ci è riuscito più che egregiamente. Basti pensare, ad esempio, a Il coltello nell’acqua (1962) di Roman Polanski, il quale, malgrado ogni difficoltà, è riuscito a gestire magistralmente i pochi spazi a disposizione. Stesso discorso, dunque, vale per il nostro Wolfgang Fischer, il quale, fin dai primi minuti, si è rivelato perfettamente in grado di gestire gli ambienti.
In secondo luogo, inaspettatamente, ecco comparire un bambino. Il bambino che, nel corso della narrazione, incrocia la strada di Rike è un giovane orfano che ha appena perso i genitori durante il naufragio di un barcone di migranti e che trova soccorso sulla barca della protagonista, appunto. Altro elemento non facile da gestire, dunque. Soprattutto se pensiamo che il bimbo in questione non parla né tedesco né inglese, facendo sì, paradossalmente, che che il linguaggio diventi uno dei fattori centrali all’interno del lungometraggio stesso, dove, fin dall’inizio, imperano i silenzi, ma dove si creano man mano diversi livelli di comunicazione.
E poi c’è l’acqua, uno degli elementi maggiormente carichi di simbolismo, sia in ambito letterario che pittorico, oltre che, ovviamente, cinematografico. Simbolo di nascita e – spesso – di rinascita, nel nostro caso – come lo stesso titolo sta a suggerire – le acque in cui naviga la barca della protagonista, esattamente come il fiume Stige, sono teatro di morte, ma anche, paradossalmente, di rinascita (una volta immersi nelle “acque dello Stige”, entrambi i protagonisti – Rike e il bambino – ne usciranno cambiati e ormai invulnerabili). Ed ecco che il tutto si fa importante allegoria della vita, della morte e, soprattutto, dell’umanità, parlando un linguaggio più che mai attuale, ma, allo stesso tempo, universale.
Il regista, dal canto suo, ha dimostrato grande maturità e consapevolezza nel gestire tutti questi fattori, senza mai scadere nel già visto o in pericolosi buonismi. All’interno di un lavoro così stratificato e complesso, però, non si può non notare la giovane protagonista, impersonata da Susanne Wolff, dal volto intenso e magnetico, ma mai sopra le righe. La macchina da presa non si scosta praticamente mai da lei, vero e proprio fulcro attorno al quale ruota un intero film, già di per sé particolarmente promettente.

Marina Pavido

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