Sto pensando di finirla qui

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Viaggio nell’antilinguaggio cinematografico

Immaginate un lungo viaggio in macchina in due, nel bel mezzo di una tormenta di neve, con la radio che non prende e la strada che a malapena s’intravede. Poi immaginate d’intraprendere una conversazione con chi vi sta accanto durante questo viaggio, così, per passare il tempo. Provate a figurarvi una conversazione che spazi attraverso tutti i campi dell’umano scibile, dalla fisica alla filosofia, passando per la filosofia, la poesia e chi più ne ha più ne metta. Ci siete riusciti? Bene, ora avete una pur vaga idea di che cosa aspettarvi dalla visione di Sto pensando di finirla qui (in originale I’m Thinking of Ending Things), l’ultimo lavoro di Charlie Kaufman, distribuito da Netflix sulla propria piattaforma a partire dal 4 settembre.
Del resto, in quello che è un (libero) adattamento dell’omonimo romanzo di Iain Reid, di minuti chiuso in un’automobile lo spettatore ne trascorre parecchi, volente o nolente, annoiato o entusiasta, a seconda delle proprie personali inclinazioni e dei propri gusti. Perché non c’è dubbio che Kaufman, in quella che è (o potrebbe essere, il condizionale è d’obbligo) la storia di un amore che non decolla tra un uomo e una donna, dia sfogo a tutte le capacità di scrittore per le quali lo conosciamo bene, conferendo al film un alto tasso di letterarietà che ne costituisce sia il principale pregio sia il principale difetto.
Parlando proprio di letteratura è, in questo campo, molto attuale il dibattito tra i paladini e difensori della purezza della lingua e quelli che invece vedono di buon occhio un uso medio della stessa, più aderente alla realtà quotidiana e lontano dalle pagine di polverosi e datati dizionari. Ma l’antilingua, vale a dire un codice comunicativo chiuso in sé e che si fa parlare e capire da un numero ristretto di persone, non riguarda solo la letteratura e, di conseguenza, la sola parola. Può, infatti, interessare, tra i molti casi, anche il linguaggio cinematografico ed è qui che Sto pensando di finirla qui fallisce: Kaufman, più che in altri suoi lavori (vedasi Synecdoche, New York), confeziona un’opera che parla soprattutto a se stesso e ai pochi che possono apprezzarne (o anche solo notarne) i rimandi e le citazioni. Un’opera snobistica, insomma, inutile girarci attorno.
È snobistico la dicotomia vuota a rendere (perché a dir poco ermetica) che si viene a creare tra realtà oggettiva e percezione della stessa, è snobistico lo stream of consciousness con cui Kaufman alimenta la letterarietà del proprio film, alternando considerazioni sulla filmografia di Cassavetes a discussioni sul gelato, con poca brillantezza e molte, troppe, parole.
Restano apprezzabili le prestazioni del cast, assolutamente di livello (su tutti Jessie Buckley e Toni Collette, già apprezzatissima in Hereditary di Ari Aster), così come le scelte stilistiche accattivanti che Kaufman compie dal punto di vista registico. Se nella prima parte del film lo spettatore si aspetta qualcosa che, in definitiva, non arriverà, è merito anche degli spot e degli angoli in cui il cineasta newyorkese sceglie di piazzare la cinepresa, spesso un passo avanti rispetto ai protagonisti. Sono quest’ultimi, infatti, a seguire la mdp, e non viceversa.
Al termine della visione di Sto pensando di finirla qui, la conclusione che se ne trae può essere riassunta come segue. C’è il cinema, c’è la letteratura, c’è il cinema che racconta la letteratura e poi c’è Charlie Kaufman, che è un uomo brillante e una penna fine, ma anche un autore che quando si lascia rapire da una fascinazione autodistruttiva per un libro, per una storia, trascina tutti nella sua consapevole confusione. L’antilinguaggio, però, non è la via per trovare l’uscita e non sempre le fotografie della percezione del reale risultano a fuoco o perlomeno soddisfacenti.

Marco Michielis

Leave A Reply

diciannove + 17 =