Star Stuff

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Siamo polvere di stelle

Dopo la prima apparizione pubblica due anni or sono al Torino Film Festival nella sezione “Festa Mobile”, Star Stuff di Milad Tangshir è tornato nuovamente sugli schermi nostrani, anticipando quella che in un futuro ci auguriamo possa tradursi in un’uscita nelle sale con Lab80. Nel frattempo, il documentario firmato dal regista iraniano, prodotto dalla Rossofuoco di Davide Ferrario e Francesca Bocca, si è affacciato nuovamente nel circuito festivaliero tra gli eventi speciali della 39esima edizione del Bergamo Film Meeting. Un appuntamento, questo, che ci ha permesso di recuperare una visione preziosa, di quelle capaci di arricchire lo spettatore con importanti spunti di riflessione e di regalargli una bella dose di bellezza.
Tutto questo Tangshir è andato a prenderlo lontano dalla sua terra di adozione, da quella Torino dove dal 2011 si è trasferito per vivere, formarsi cinematograficamente e lavorare come regista, per l’esattezza in tre luoghi situati negli angoli più remoti del pianeta: il deserto di Atacama in Cile, il Grand Karoo in Sudafrica e l’isola di La Palma, nell’oceano Atlantico. Qui sorgono tre tra i maggiori osservatori astronomici del mondo, che corrispondono ad altrettanti punti privilegiati per l’osservazione e lo studio del cosmo. Qui, grazie a sofisticate tecnologie, la comunità scientifica internazionale ha raggiunto brillanti scoperte sulle origini dell’universo e della vita sulla Terra. Ed è proprio lì che l’autore ha portato una macchina da presa che, per l’occasione, si è tramutata in una sorta di telescopio puntato verso l’alto. Con e attraverso l’obiettivo osserviamo la volta da tre angoli opposti, restituendo però sempre lo stesso, meraviglioso, spettacolo della natura. Nonostante a separare questi punti sulla cartina siano delle distanze considerevoli, l’essere umano si ritrova al cospetto del medesimo manto di stelle, di fronte al quale si finisce con il rimanere estasiati. Il ché riporta alla mente il documentario sperimentale di Johann Lurf, del quale ci eravamo innamorati ai tempi della proiezione alla 54esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.
Le immagini che la cinepresa cattura e restituisce con dei timelapse ipnotici che lasciano senza fiato basterebbero a giustificare lo sforzo produttivo che c’è dietro l’opera. A differenza di quello che sarebbe lecito ipotizzare leggendo la sinossi quello che viene proposto non è un documentario a carattere scientifico, bensì un progetto audiovisivo di natura esperenziale basato su delle “congiunzioni astrali” tra ciò che viene mostrato e ciò che viene detto. Sulla carta potrebbe apparire un cervellotico e ostico tentativo autoriale, ma non è così. Se da una parte davanti ai nostri occhi brillano quadri stellati che catturano lo sguardo, dall’altra Star Stuff ci riporta con i piedi saldamente piantati a terra per raccogliere testimonianze degli scienziati che in quegli osservatori ci lavorano. La loro però non è una didattica infarcita di tecnicismi, bensì interventi in cui gli orizzonti tematici si aprono a riflessioni sui massimi sistemi, sul rapporto uomo-natura, tra uomo e uomo, sulla spiritualità, ma anche sul valore del tempo e sulla possibile presenza di altri esseri nell’universo oltre a noi. Il tutto reso con grande semplicità e accessibile a chiunque, anche a chi da simili argomentazioni dal peso specifico così rilevante è solito stare alla larga. Motivo per cui Tangshir sceglie di ribadire il concetto lavorando in contrappunto, alternando agli interventi degli scienziati quelli delle civiltà locali che vivono ai margini del mondo.
In questo modo il cineasta iraniano connette l’universale con l’intimo, l’astratto con il materiale, lo spirituale con il terreno, dando forma e sostanza a una sinfonia fatta di immagini magnetiche, suoni avvolgenti e parole ricche di sostanza. Un “magma incandescente” che trova il proprio punto di intersezione in spazi e topografie raramente esplorati dalla Settima Arte e dall’audiovisivo in generale.

Francesco Del Grosso

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