Stanlio & Ollio

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Insieme fino alla fine

Sin da quando hanno iniziato a circolare le prime foto del film Stanlio & Ollio – terzo lungometraggio per il cinema del regista Jon S. Baird, solito operare in ambito televisivo – ciò che immediatamente ha catturato l’attenzione è la straordinaria somiglianza di Steve Coogan e John C. Reilly nei panni dello storico duo comico. Al punto da fare del presente lavoro uno dei titoli maggiormente attesi – all’interno della Selezione Ufficiale – alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. E così, finalmente, tale prodotto è stato presentato a pubblico e critica, facendo fare a tutti un tuffo nei ricordi, pur lasciando, al termine della visione, oltre a una naturale nostalgia, anche non poche perplessità.
Siamo nel 1937, periodo in cui Stanlio e Ollio (al secolo Stan Laurel e Oliver Hardy) sono all’apice del loro successo e, presso gli studi cinematografici di Hal Roach, si accingono a girare una scena del lungometraggio I fanciulli del West – Gli allegri vagabondi. I due si mettono in posa, le telecamere si accendono e, quasi ossequiosa dietro le loro figure, una macchina da presa inizia a riprenderli di spalle mentre, a loro volta inquadrati da una telecamera di fronte, si cimentano in un divertente balletto. Poi, lentamente, primo piano sull’obiettivo della macchina e, improvvisamente, buio. Passano sedici anni. Sono cambiate molte cose e il cinema stesso sembra essersi dimenticato di loro (particolarmente emblematica, a tal proposito, la scena in cui vediamo Stanlio contemplare tristemente una locandina cinematografica del film Viaggio al Pianeta Venere con Gianni e Pinotto). Nell’attesa, dunque, di firmare un nuovo contratto per iniziare le riprese, dopo molto tempo, di un nuovo lungometraggio, i due vanno in tournée in Inghilterra e in Irlanda, dove, presto raggiunti dalle rispettive mogli, pian piano riusciranno a riconquistare un nutrito pubblico. Malgrado tutto, però, sembrano esservi non poche ombre sulle sorti del duo comico.
L’apice del successo e il declino, inevitabile, di due vere e proprie icone della storia del cinema, questo messo in scena da Baird. Eppure, Stanlio & Ollio va ben oltre la messa a fuoco su questo loro particolare momento storico. Ciò, infatti, su cui Baird si è voluto principalmente concentrare, è un legame che va oltre l’amicizia, che va oltre il semplice sodalizio artistico, con tanto di inevitabili momenti di crisi. Ciò che ha sempre legato Laurel e Hardy è quasi una simbiosi, al punto da far sì che nessuno dei due riesca a lavorare senza l’altro. Tale, complicata relazione viene ottimamente resa sullo schermo dalle performance dei due protagonisti (qui, si può dire senza azzardo alcuno, quasi alle loro definitive prove attoriali) e viene ulteriormente arricchita e stratificata dal rapporto parallelo delle mogli dei due, così apparentemente ostili l’una con l’altra, ma così in sintonia nel dar vita a involontari siparietti comici.
Due coppie, un grande sodalizio. E anche se ognuno di noi è abituato a vedere ancora oggi i divertenti lavori dei due, Jon S. Baird vuole in qualche modo risvegliare la nostra memoria, mostrandoci i due nella loro quotidianità, più che sul palcoscenico. Ed è proprio a tal proposito che il presente Stanlio & Ollio presenta le prime pecche. Avvezzi, dunque, a inscenare gag anche nella vita di tutti i giorni, le scene che ci mostrano tali momenti risultano, tuttavia, eccessivamente macchinose e spesso pretestuose, come l’arrivo dei due in un piccolo alberghetto in Inghilterra o il momento in cui vediamo entrambi alle prese con un pesante baule da portare in cima alle scale di una stazione.
Ma in casi del genere, si sa, il rischio di lasciarsi prendere la mano da una pericolosa retorica è elevato alla massima potenza. E lo stesso problema si è verificato, infatti, anche man mano che ci si avvicina al finale, momento in cui, nel vedere un Ollio sempre più cagionevole di salute e uno Stanlio ormai stanco di lavorare senza lo storico compagno, il regista ha esagerato (in modo, volendo essere maliziosi, anche un po’ ruffiano) con primi piani, dialoghi toccanti e musiche enfatizzanti nel mettere in scena il dramma dei due artisti, quando, al contrario, un pulito lavoro di sottrazione sarebbe stato molto più incisivo. Persino nel momento in cui, rispettando una ben calibrata struttura ellittica, vediamo i due esibirsi per l’ultima volta, inquadrati nuovamente di spalle mentre si accingono a inscenare un divertente – ma, allo stesso tempo, malinconico – balletto.

Marina Pavido

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