Sputnik

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Soviet Aliens

Com’è che si dice? “Sempre meglio di uno Sputnik in un occhio”. Oddio, promettiamo solennemente che i frizzi e i lazzi termineranno qui, perché in fondo la fantascienza russa è roba seria. E lo è sin dai tempi dell’URSS, tempi rievocati direttamente nel tenebroso lungometraggio di Egor Abramenko, che sulle imprese dei cosmonauti russi, celebrati all’epoca da discorsi di stato, monumenti, francobolli e mille altri risvolti di una mitologia popolare diffusa, ha intessuto un fosco apologo le cui atmosfere vintage fanno da sfondo ad altro; ovvero a distopie da sci-fi horror incalzante e moderna, perfettamente calate però nell’autoritarismo dell’era sovietica.

Non ci sorprende, quindi, che almeno uno dei tre lungometraggi russi in concorso alla 20ma edizione del Trieste Science + Fiction Festival, pattuglia agguerrita e a nostro avviso qualitativamente ottima, abbia ricevuto un riconoscimento importante: a Sputnik è infatti andato il Premio Asteroide, che elegge il miglior film di fantascienza, horror e fantasy riservato alle opere prime, seconde o terze di registi emergenti, raggruppate nella sezione Neon del festival; premio assegnato, per l’occasione, da una giuria internazionale composta dal fumettista e scrittore Bepi Vigna, dallo sceneggiatore e scrittore Javier S. Donate e dal produttore e sceneggiatore Brendan McCarthy. Anche noialtri siamo rimasti soggiogati, sin dalle prime battute, dall’intelligenza di un plot vigoroso che rielabora temi classici della fantascienza, apportandovi comunque un tocco personale. L’idea dell’astronauta che torna da una missione nello Spazio trascinandosi dietro “ospiti” indesiderati corrisponde del resto a un inconveniente di vecchia data. Già alla Hammer erano perfettamente consapevoli di certi rischi: tra i primi a farne le spese lo sfortunato Victor Carroon, ne L’astronave atomica del dottor Quatermass (1955). Ma senza scomodare pietre miliari come Alien (dove la minaccia si manifestava comunque a qualche anno luce dalla Terra), anche in tempi più recenti non sono mancati approcci efficaci a tali contaminazioni aliene, vedi Life – Non oltrepassare il limite (2017) di Daniel Espinosa.

Ebbene, Abramenko ha dimostrato innanzitutto autorevolezza e buona conoscenza del genere, nell’accostarsi a tale filone. Il rientro sulla Terra, il regime di stretta vigilanza e gli stessi esperimenti cui viene obbligato il cosmonauta russo infettato da una creatura aliena, a lui ormai simbioticamente legata, sono affrontati in un crescendo di tensione che crea nello spettatore prima disagio e poi autentico terrore, all’apparire dell’inquietante essere piovuto dal cielo. Specie quando per nutrirlo e continuare a studiarlo le autorità decidono cinicamente di dargli in pasto cittadini indesiderati, esordendo magari con qualche condannato ai lavori forzati… Se quindi il regista ha saputo offrire al pubblico una giusta miscela di mistery e di elementi orrorifici, tra cui l’ottima raffigurazione dell’Alieno reso simile a un grosso, sibilante cobra reale, la profondità del discorso trae slancio anche dalla livida rievocazione di un’Unione Sovietica tetra, militarizzata, a tratti disumana; grigia superpotenza mondiale, in cui gli orfanotrofi sembrano piccoli lager e il valore della vita umana appare commisurato al grado di fedeltà, verso la stagnante ideologia comunista e le non meno decadenti gerarchie incaricate di preservarne il potere.

Stefano Coccia

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