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Split Ends

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VOTO: 9

Un diavolo per capello

La cinematografia iraniana, con i suoi straordinari e coraggiosi esponenti, ha sempre trovato il modo di scagliarsi contro, puntare il dito e dire la propria sulle tantissime contraddizioni che caratterizzano il proprio Paese. Lo ha fatto e continua a farlo attraverso opere che, al di là del formato, hanno toccato e scosso profondamente le coscienze degli spettatori. Il tutto bypassando e affrontando la mannaia della censura, pagando spesso con limitazioni della libertà umana, civile e artistica, ma non prima di avere ingaggiando dei duri “corpi a corpi” con la controparte. A questa lotta ha deciso di prendere parte anche Alireza Kazemipour con i suoi pluripremiati cortometraggi, ultimo dei quali presentato nel concorso internazionale della sesta edizione del Saturnia Film Festival, laddove è approdato dopo svariate tappe festivaliere in giro per il mondo.
L’opera dello sceneggiatore, regista e produttore iraniano-canadese risponde al titolo di Split Ends, letteralmente doppie punte. Un titolo, questo, solo sulla carta frivolo che fa riferimento come ampiamente intuibile alla cosiddetta tricoptilosi, ossia l’alterazione del fusto del capello frequente in particolare modo nelle donne che portano capelli mediamente lunghi, ma dietro il quale si cela in modo per niente velato un primo affilato fendente. I capelli sono infatti l’oggetto della disputa e del conflitto tra i personaggi protagonisti del corto, una ragazza calva e un ragazzo dalla folta chioma che cercano di risolvere i loro problemi con l’hijab nella sede della Polizia morale di Teheran. Qui si consuma, quasi nella sua interezza in un’unità spazio temporale che richiama il kammerspiel, una lotta per la libertà, che vede due cittadini coinvolti in un faccia a faccia con i poteri forti, identificati nella figura di un rappresentate della polizia morale o religiosa, vale a dire l’organo iraniano che ha la funzione di individuare e fermare i presunti autori di reati contro la morale del Corano, in particolare ciò che riguarda il codice di abbigliamento. Le donne sono le principali vittime delle sanzioni, ma anche gli uomini non sono esenti come dimostra appunto Split Ends.
I capelli dei due protagonisti diventano di fatto il terreno di scontro tra le parti chiamate in causa in un dramma ansiogeno che oltre a scioccare lo spettatore, mette quest’ultimo nella condizione di misurarsi con delle argomentazioni assai complesse, scottanti e purtroppo ancora profondamente attuali che il regista esplora tanto in chiave realistica quanto metaforica. In entrambi i sensi, l’autore coglie nel segno, facendo scorrere sullo schermo un “magma” incandescente di straordinaria potenza emotiva e tensione latente, destinato a esplodere in un finale liberatorio e di ribellione.
Kazemipour e la sua cinepresa assolvono al difficile compito di testimoni oculari, raccontando e mostrando il tutto senza filtri e con un rigore formale di stampo documentaristico che conferisce al racconto e alla messa in quadro un livello altissimo di realismo e verità, caratteristiche che emergono anche dal lavoro davanti la macchina da presa dei tre interpreti principali Marjan Alizadeh, Mehran Mirmiri e Hadi Eftekharzadeh. Le loro performance sono l’altro valore aggiunto di un film che lascia il segno e davanti al quale non si può rimanere indifferenti.

Francesco Del Grosso

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