Son of the Macho Dancer

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Una nuova vita?

Il giovane Inno non ha una vita semplice: suo padre è dipendente dalla droga, sua mamma è costretta a prostituirsi al fine di poter pagare la cauzione per far scarcerare il marito e lui stesso viene spinto dalla donna a lavorare come spogliarellista, al fine di poter arrivare a fine mese. Egli è, dunque, il protagonista del lungometraggio Son of the Macho Dancer, diretto dal regista filippino Joel Lamangan e presentato in anteprima italiana in occasione del 23° Far East Film Festival.

Inno, dunque, è inizialmente riluttante a iniziare questo nuovo lavoro. Eppure, ben presto, entrerà in ben più importanti giri, in giri più grandi di lui, e inizierà (quasi) subito ad adattarsi a questo nuovo mondo al fine di sopravvivere. Un mondo estremamente lussuoso e patinato, un mondo sconosciuto ai più e che nasconde i più impensabili segreti e le più terribili perversioni. Un mondo fatto di sesso, droga, violenza, ma anche, al contempo, un mondo che sta inevitabilmente cambiando. Soprattutto nel momento in cui la pandemia da Coronavirus è alle porte.
Joel Lamangan ha descritto questo suo mondo fin nei minimi dettagli. A tal fine, ambienti dagli interni estremamente sofisticati e dai colori sgargianti che si contrappongono fortemente ad abitazioni spoglie e sterili stanno a sottolineare un forte divario tra ricchi e poveri, tra criminalità e persone che vivono ai margini della società. Il ritratto che ne viene fuori è un cinico e veritiero affresco non soltanto delle Filippine, ma anche, più in generale, del mondo contemporaneo, di fronte al quale, tuttavia, la pandemia non si ferma, ma, al contrario, si comporta proprio come fa in ogni altro angolo del mondo.
Riesce complessivamente bene, il regista, a gestire gli ambienti, a conferire a determinate scene la giusta crudezza. E allo spettatore, di fatto, non viene risparmiato proprio nulla. Nemmeno efferati omicidi. Eppure, nel complesso, in Son of the Macho Dancer qualcosa proprio non convince. E ciò riguarda soprattutto la sceneggiatura, la quale, man mano che ci si avvicina al finale, risulta sempre più prevedibile e “frettolosa”. Al punto da perdere addirittura di credibilità in seguito a coincidenze eccessivamente forzate.
Tutto, a un certo punto, accade velocemente. Troppo velocemente. E lo spettatore, malgrado la portata degli eventi, non sempre ha il tempo di “rendersi conto” realmente della gravità della situazione, di “metabolizzare” il tutto. Se, dunque, questo lungometraggio di Joel Lamangan vuole essere soprattutto una sorta di favola postmoderna simbolo di una caduta e di una rinascita – in qualsiasi senso la si voglia intendere e anche in luce ai recenti eventi che hanno sconvolto il mondo intero – nono si può non notare un’importante mancanza di mordente, malgrado il potenziale iniziale e soprattutto in vista del fatto che determinate situazioni avrebbero necessitato di un ulteriore approfondimento. Peccato.

Marina Pavido

Leave A Reply

cinque − 1 =